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martedì 15 luglio 2014

San Francesco d'Assisi


CAPITOLO V 

IN CHE MODO LE CREATURE LO CONFORTAVANO 

1. Francesco, l’uomo di Dio, vedeva che per il suo esempio moltissimi si sentivano spinti a portare la 
croce di Cristo con grande fervore e, perciò, si sentiva animato lui stesso, da buon condottiero 
dell’esercito di Cristo, a conquistare vittoriosamente la cima della virtù. Per realizzare quelle parole 
dell’Apostolo: «Coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze», e 
portare nel proprio corpo l’armatura della croce, respingeva gli stimoli dei sensi con una disciplina così 
rigorosa, che a stento si concedeva il necessario per il sostentamento. 
Diceva che è difficile soddisfare alle esigenze del corpo senza acconsentire alle basse tendenze dei sensi. 
Per questa ragione, a malincuore e raramente, quando era sano, si cibava di vivande cotte e, quando se le 
permetteva, o le manipolava con la cenere o ne rendeva scipito il sapore e il condimento, mescolandovi, 
per lo più, dell’acqua. 

E come parlare di vino, se a malapena, quando si sentiva bruciare dalla sete, osava dissetarsi con l’acqua? 
Scopriva le tecniche di un’astinenza sempre più rigida e le accresceva di giorno in giorno con l’esercizio. 
Quasi fosse sempre un principiante nella via della perfezione, benché ormai ne toccasse la vetta, trovava 
sempre nuovi mezzi per castigare la concupiscenza. 
Quando, però, usciva nel mondo a predicare la parola del Vangelo, mangiava gli stessi cibi di coloro che 
gli davano ospitalità; ma, tornando in casa, praticava inflessibilmente una rigorosa parchezza ed 
astinenza. 
Così, austero verso se stesso, umano verso il prossimo, soggetto in ogni cosa al Vangelo, era di esempio e 
di edificazione, non solo con l’astinenza ma anche nel mangiare. 
Letto per il suo corpicciolo affaticato era, per lo più, la nuda terra; molto spesso dormiva seduto, con un 
legno o un sasso sotto il capo. Vestito di una sola tonachetta poverella, serviva al signore in freddo e 
nudità. 

2. Gli chiesero, una volta, come potesse, con un vestito così leggero, difendersi dai rigori dell’inverno. 
Pieno di fervore spirituale, rispose: «Se il nostro cuore bruciasse per il desiderio della patria celeste, 
facilmente sopporteremmo questo freddo esteriore». 
Aveva in orrore i vestiti morbidi, prediligeva quelli ruvidi e affermava che, proprio per i suoi vestiti 
ruvidi, Giovanni Battista era stato lodato dalla bocca stessa di Dio. 
Se per caso gli davano una tonaca, che a lui pareva soffice, la intesseva all’interno con delle funicelle, 
dicendo: le vesti morbide, secondo la parola della Verità, si devono cercare non nelle capanne dei poveri, 
ma nei palazzi dei principi. 

Aveva imparato, per sicura esperienza, che i demoni vengono intimoriti dalle asprezze, mentre dalle 
mollezze e dalle delicatezze prendono animo per tentare più baldanzosamente. 
Una notte, contrariamente al solito, si era coricato con un cuscino di piume sotto la testa, a causa della sua 
malattia al capo e agli occhi. Ma il demonio, entrato nel cuscino, tormentò il Santo in molte maniere, 
stornandolo dalla santa orazione, per tutta la notte, finché al mattino egli poté chiamare il compagno e 
ordinargli di portare il guanciale fuori dalla cella e di gettarlo ben lontano, insieme col demonio. 
Quanto al frate, come fu uscito dalla cella con il cuscino, perse le forze e rimase totalmente paralizzato. E 
solo quando si sentì chiamare indietro dalla voce del padre santo, che aveva visto tutto in ispirito, 
ricuperò completamente le forze fisiche e la sensibilità. 

3. Come una sentinella sulla torre di guardia, vigilava con rigorosa disciplina e somma cura per custodire 
la purezza del corpo e dello spirito. 
A questo scopo, nei primi tempi della sua conversione, durante l’inverno si immergeva, per lo più, in una 
fossa piena di ghiaccio, sia per assoggettare perfettamente il nemico di casa sia per preservare la candida 
veste della pudicizia dal fuoco della passione. 
Affermava che un uomo spirituale trova incomparabilmente più sopportabile il freddo del corpo, anche il 
più rigido, che non il fuoco della concupiscenza, per piccolo che sia. 

4. Una notte, mentre stava pregando in una celluzza dell’eremo di Sarteano, l’antico nemico lo chiamò 
per tre volte: «Francesco, Francesco, Francesco!». Gli rispose chiedendo che cosa volesse; e quello, 
ipocritamente: «Non c’è nessun peccatore al mondo, al quale Dio non usi misericordia, se si converte. Ma 
chiunque si uccide da se stesso con le sue dure penitenze, non troverà misericordi a in eterno». 

L’uomo di Dio, intuì immediatamente, per rivelazione, l’inganno del nemico, che tentava di richiamarlo 
alla tiepidezza e ne ebbe la conferma da quello che avvenne subito dopo. 
Infatti sentì divampare dentro di sé una grave tentazione sensuale, alimentata dal soffio di quel tale che ha 
un fiato ardente come brace. Non appena ne avvertì le avvisaglie, l’amante della castità si tolse l’abito e 
incominciò a flagellarsi molto forte con una corda. 
«Ehilà, diceva, frate asino, così ti conviene restare, così prenderti le battiture. Perché la tonaca serve alla 
religione e porta in sé il sigillo della santità: non è lecito, a un libidinoso rubarla. Se vuoi andare in 
qualche posto, va pure cammina! ". 

Poi, animato da meraviglioso fervore di spirito, spalancò la cella, uscì fuori nell’orto e, immergendo nella 
neve alta il corpicciolo già denudato e prendendo neve a piene mani, incominciò a fabbricare sette 
blocchi. E mettendoseli davanti, così parlava al suo uomo esteriore: «Ecco, questo blocco più grande è tua 
moglie, questi quattro sono due figli e due figlie; gli altri due sono un servo e una serva, che bisogna 
tenere per le necessità di casa. Adesso, spicciati a vestirli tutti, perché muoiono di freddo. Se, invece, le 
molte preoccupazioni che loro ti danno, ti infastidiscono, datti da fare per servire soltanto al Signore!». 

Subito il tentatore se ne andò via sconfitto, e il Santo ritornò nella cella con la vittoria in mano. Si era 
raggelato ben bene al di fuori, ma nel suo interno aveva estinto il fuoco della passione così efficacemente 
che d’allora in poi non provò mai più niente di simile. 
Un frate, che quella stessa notte vegliava in preghiera, siccome la luna camminava assai chiara nel cielo, 
poté osservare tutta quanta la scena. Quando il Santo lo venne a sapere, svelò al frate come la tentazione 
si era svolta e gli comandò di non far saper niente a nessuno di quanto aveva visto, finché egli era vivo. 

5. Insegnava che bisogna non solo mortificare le passioni della carne e frenarne gli stimoli, ma anche 
custodire con somma vigilanza gli altri sensi, attraverso i quali la morte entra nell’anima. 
Comandava di evitare molto accuratamente la familiarità, i colloqui e la vista delle donne, perché per 
molti son occasione di rovina. «Son queste le cose – asseriva – che molte volte spezzano gli spiriti deboli 
e indeboliscono i forti. Riuscire ad evitare il contagio delle donne, per uno che si intrattiene con loro, è 
tanto difficile, quanto camminare nel fuoco e non bruciarsi i piedi, come dice la Scrittura. A meno che si 
tratti di un individuo esperimentatissimo». 

Quanto a lui, aveva distolto gli occhi per non vedere simili vanità, con tanto impegno che, come disse una 
volta al suo compagno, non conosceva di faccia quasi nessuna donna. 
Riteneva rischioso lasciare che la fantasia assorba la loro immagine e la loro fisionomia, perché questo 
può ridestare il focherello della carne, anche se ormai domata, o macchiare il nitore della pudicizia 
interiore. 
Asseriva pure che la conversazione con le donne è frivolezza, salvo unicamente che si tratti di 
confessione o di consigli circa la salvezza dell’anima, dati in forma molto breve e secondo le norme del 
decoro. 
«Quali affari – diceva – dovrebbe trattare un religioso con una donna, se si eccettua il caso in cui essa gli 
domandi devotamente la penitenza o suggerimenti per una vita migliore? Se ci si sente troppo sicuri, si sta 
meno in guardia dal nemico, e il diavolo, quando può afferrare un uomo per un capello, presto lo ingrossa 
e lo fa diventare una trave». 

6. L’ozio, poi, sentina di tutti i pensieri malvagi, insegnava che lo si deve fuggire con somma cura e, 
mediante il suo esempio, mostrava che la carne ribelle e pigra si doma con discipline continue e fruttuose 
fatiche. 
In questo senso chiamava il suo corpo «frate asino», indicando che va sottoposto a compiti faticosi, va 
percosso con frequenti battiture e sostentato con foraggio di poco prezzo. 
Se, poi, notava qualcuno ozioso e bighellone, che voleva mangiare sulle fatiche degli altri, lo faceva 
denominare «frate mosca», perché costui, non facendo niente di buono e sporcando le buone azioni degli 
altri, si rende vile e abominevole a tutti. 
Perciò una volta disse: «Voglio che i miei frati lavorino e si tengano esercitati. Così non andranno in giro, 
oziando con il cuore e con la lingua, a pascersi di cose illecite». 
Voleva che i frati osservassero il silenzio indicato dal Vangelo, cioè che in ogni circostanza evitassero 
accuratamente ogni parola oziosa, di cui nel giorno del giudizio dovranno rendere ragione. 
Se trovava qualche frate incline ai discorsi inutili, lo redarguiva con asprezza, affermando che il modesto 
tacere custodisce la purezza del cuore e non è virtù da poco, se è vero, come dice la Scrittura, che morte e 
vita si trovano in potere della lingua, intesa come organo non del gusto, ma della parola. 

7. Benché, poi, con tutte le sue forze stimolasse i frati ad una vita austera, pure non amava quel1a severità 
intransigente che non riveste viscere di pietà e non è condita con il sale della discrezione. 
Un frate, a causa dei digiuni eccessivi, una notte non riusciva assolutamente a dormire, tormentato 
com’era dalla fame. Comprendendo il pietoso pastore che la sua pecorella si trovava in pericolo, chiamò 
il frate, gli mise davanti un po’ di pane e, per evitargli il rossore, incominciò a mangiare lui per primo, 
mentre con dolcezza invitava l’altro a mangiare. 
Il frate scacciò la vergogna e prese il cibo con grandissima gioia, giacché, con la sua vigilanza e la sua 
accondiscendenza, il Padre gli aveva evitato il danno del corpo e gli aveva offerto motivo di grande 
edificazione. 
Al mattino, l’uomo di Dio radunò i frati e, riferendosi a quanto era successo quella notte, aggiunse questo 
provvido ammonimento: «A voi, fratelli, sia di esempio non il cibo, ma la carità». 
Li ammaestrò, poi, a seguire sempre nella corsa alla virtù, la discrezione che ne è l’auriga; non la 
discrezione consigliata dalla prudenza umana, ma quella insegnata da Cristo con la sua vita santissima, 
che certamente è il modello dichiarato della perfezione. 

8. L’uomo, rivestito dell’infermità della carne, non può – egli diceva – seguire l’Agnello immacolato con 
una purezza così perfetta che lo preservi da qualsiasi sozzura. Perciò quanti attendono alla perfezione 
devono purificarsi ogni giorno col lavacro delle lacrime. E ne dava lui stesso la dimostrazione. 
Benché avesse già raggiunto una meravigliosa purezza di cuore e di corpo, non cessava di purificare gli 
occhi del suo spirito con un profluvio di lacrime, senza badare al danno che ne subivano gli occhi del 
corpo. Infatti, in conseguenza del continuo piangere, aveva contratto una gravissima malattia agli occhi. 
Perciò il medico cercava di persuaderlo a desistere dal piangere, se voleva sfuggire alla cecità. 

Ma il Santo replicava: «O fratello medico, non si deve, per amore della vista che abbiamo in comune con 
le mosche, allontanare da noi, neppure in piccola misura, la luce eterna, che viene a visitarci. Il dono della 
vista non l’ha ricevuto lo spirito per il bene del corpo, ma l’ha ricevuto il corpo per il bene dello spirito». 
Preferiva, evidentemente, perdere la luce degli occhi, piuttosto che soffocare la devozione dello spirito, 
frenando le lacrime, che mondano l’occhio interiore e lo rendono capace di vedere Dio. 

9. Una volta i medici lo consigliarono, e i frati lo esortarono insistentemente, ad accettare di farsi curare 
gli occhi mediante la cauterizzazione. L’uomo di Dio accondiscese umilmente, ritenendo che l’operazione 
era salutare e dolorosa nello stesso tempo. Chiamarono, dunque, il chirurgo. Venne e immerse nel fuoco 
lo strumento di ferro per la cauterizzazione. 
Ma il servo di Cristo, confortando il corpo già scosso e inorridito, si mise a parlare col fuoco, come con 
un amico, e gli disse: «O mio fratello fuoco, l’Altissimo ti ha creato splendido e invidiabile per tutte le 
altre creature, forte, bello ed utile. In questo momento sii buono con me, sii gentile. Io prego il grande 
Signore che ti ha creato, perché moderi per me il tuo calore. Così tu brucerai dolcemente ed io riuscirò a 
sopportarti». Finita la preghiera, tracciò il segno della croce sopra il ferro ormai incandescente – e se ne 
stava intrepido in attesa. 

Il ferro sprofondò crepitando nella tenera carne, mentre la cauterizzazione veniva estesa dall’orecchio 
fino al sopracciglio. Quanto sia stato intenso il dolore che il fuoco gli inflisse, lo dichiarò il Santo stesso, 
dicendo ai frati: «Lodate l’Altissimo, perché, dico la verità, non ho sentito né il calore del fuoco né alcun 
dolore nella carne». E volgendosi al medico: «Se la carne non è ancora cotta bene, scava pure un’altra 
volta». 
Quel medico sperimentato, ammirando come un miracolo divino quella forza di spirito così sublime, in 
quella carne così debole, esclamò: «O frati, vi dico che oggi ho visto meraviglie». 
Francesco, in realtà, aveva raggiunto tale purezza che il suo corpo si trovava in meravigliosa armonia con 
lo spirito e lo spirito in meravigliosa armonia con Dio. Perciò avveniva, per divina disposizione, che la 
creatura, servendo al suo Fattore, sottostava in modo mirabile alla volontà e ai comandi del Santo. 

10. Un’altra volta il servo di Dio si trovava nell’eremo di Sant’Urbano, tormentato da una malattia 
gravissima. Sentendosi venir meno, chiese un po’ di vino. 
Gli risposero che non potevano portarglielo, perché non ce n’era assolutamente. Allora egli comandò di 
portargli dell’acqua; poi la benedisse col segno della croce. Subito diventa vino ottimo quella che prima 
era acqua pura. 
Così la purità del Santo ottenne ciò che la povertà del luogo non poté offrire. 
Come ebbe bevuto quel vino, egli si ristabilì immediatamente e con estrema facilità. 
Un cambiamento miracoloso e una miracolosa guarigione: due prodigi che avevano trasformato sia la 
bevanda sia colui che aveva bevuto. Erano due modi per indicare quanto perfettamente ormai Francesco 
si era spogliato dell’uomo vecchio e si era trasformato nell’uomo nuovo. 

11. Ma non soltanto la creatura si piegava al cenno del servo di Dio: anche il provvido Creatore di tutte le 
cose accondiscendeva ai suoi desideri. 
Una volta il Santo, prostrato da molte malattie insieme, sentì il desiderio di un po’ di bella musica, che gli 
ridonasse la gioia dello spirito. 
Convenienza e decoro non permettevano che ciò avvenisse ad opera degli uomini – e allora intervennero 
gli Angeli compiacenti a realizzare il suo desiderio. 
Infatti, una notte, mentre vegliava in meditazione, improvvisamente sentì una cetra suonare con 
un’armonia meravigliosa e una melodia dolcissima. Non si vedeva nessuno, ma si avvertiva benissimo 
l’andare e venire del citaredo dal variare del suono, che ora proveniva da una parte ed ora dall’altra. 
Rapito in Dio, a quel canto melodioso, fu invaso da tanta dolcezza che credette di trovarsi nell’altro 
mondo. 
L’avvenimento non sfuggì ai frati suoi familiari. Essi, d’altronde, sapevano da indizi sicuri che il Signore 
veniva spesso a visitarlo, donandogli consolazioni così sovrabbondanti che non riusciva a tenerle 
completamente nascoste. 

12. In un’altra circostanza, l’uomo di Dio era in viaggio col compagno per motivi di predicazione, tra la 
Lombardia e la Marca Trevigiana. Sopraggiunse la notte, mentre si trovavano vicino al Po. 
Siccome la strada era piena di pericoli, a causa del buio, del fiume e delle paludi, il compagno disse al 
Santo: «O Padre, prega Dio, che ci faccia scampare dai pericoli». 
L’uomo di Dio, con molta fiducia, gli rispose: «Dio può, se piace alla sua cortesia, fugare le tenebre e 
donarci la luce benefica». 
Aveva appena finito di parlare, che l’Onnipotente fece risplendere intorno a loro una luce grandissima, 
tanto che, mentre nelle altre parti persisteva l’oscurità della notte, potevano distinguere con chiarezza non 
soltanto la strada, ma anche moltissimi oggetti tutt’intorno. Ben indirizzati e spiritualmente confortati da 
quella luce, percorsero un lungo cammino, fra inni e canti di lode al Signore, finché giunsero all’ospizio. 
Valuta bene quale meravigliosa purezza e quale virtù abbia raggiunto quest’uomo, al cui cenno il fuoco 
modera il suo calore, l’acqua cambia sapore, gli Angeli offrono il conforto delle loro melodie e la luce 
divina dona la sua guida. 
Sembra davvero che tutta la macchina del mondo si metta al servizio dei sensi, ormai così santificati, di quest’uomo santo.