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mercoledì 9 dicembre 2020

Questo è lo spirito di preparazione alla venuta del Cristo - e... di Maria Santissima, la Riparatrice

 

   Dal Libro di Azaria, 8 dicembre 1946

   8 dicembre 1946

   Immacolata Concezione di Maria

   Introito: Salmo 30 (29) 2; Isaia 61, 10.
   Orazione: O Dio, che con l'immacolata Concezione della Vergine preparasti una degna dimora al tuo Figlio, fa', te ne preghiamo, che, come in previsione della morte dello stesso tuo Figliuolo la rendesti immune da ogni macchia, così, per intercessione di Lei, ci conceda di venire a Te purificati.
   Lettura: Proverbi 8, 22-35.
   Graduale: Giuditta 13, 18 (volgata 13, 23); 15, 9 (volgata 15, 10); Cantico dei cantici 4, 7.
   Tratto: Giuditta 15, 9 (15, 10); Salmo 87 (86), 1-3.5; Cantico dei cantici 4, 7.
   Vangelo: Luca 1, 26-28.
   Offertorio: Luca 1, 28.
   Segreta: Accogli, o Signore, l'ostia di salute che ti offriamo nella solennità dell'immacolata Concezione della beata Vergine Maria e fa' che, come cantiamo lei immune da ogni macchia perché prevenuta dalla grazia, così per sua intercessione siamo liberati da ogni colpa.
   Comunione: Cose gloriose sono dette di te, o Maria: perché grandi cose ha compiuto in te colui che è potente.
   Dopocomunione: I sacramenti che abbiamo ricevuti guariscano in noi, o Signore Dio nostro, le ferite di quella colpa dalla quale in modo singolare hai preservato l'immacolata Concezione della beata Maria.
  

   Seconda domenica d'Avvento
   Introito: Salmo 80 (79), 2; Isaia 30, 30.
   Orazione: Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché per la sua venuta meritiamo di servirti con anima purificata.
   Epistola: Romani 15, 4-13.
   Graduale: Salmo 50 (49), 2-3.5; 122 (121), 1.
   Vangelo: Matteo 11, 2-10.
   Offertorio: Salmo 85 (84), 7-8.
   Segreta: Làsciati placare, te ne preghiamo o Signore, dalle nostre umili suppliche e dalle nostre offerte e, siccome non abbiamo alcun sostegno di meriti, soccorrici coi tuoi aiuti.
   Comunione: Baruc 4, 36; 5, 5.
   Dopocomunione: Saziati dal cibo del nutrimento spirituale, ti supplichiamo umilmente, o Signore, ad insegnarci, con la partecipazione di questo mistero, il disprezzo delle cose terrene e l'amore delle celesti.
  

**********
   Dice Azaria:
   «Meditiamo cantando le glorie di Maria Ss. La S. Messa di questa festività è tutta un inno alla potenza di Dio e alla gloria di Maria. Mettiamoci, per ben comprenderla questa liturgia di luce e fuoco, nei sentimenti della Regina e Maestra di ogni creatura che ami il Signore.
   Regina e Maestra! Degli uomini. Ma anche degli angeli. Vi sono misteri che voi non sapete, che non ci è concesso di svelare completamente. Ma sollevarne un velo è concesso perché qualche anima molto amata ne goda. Ed io lo sollevo per te. Un lembo di velo. Dall'ostacolo rimosso ti si concederà di affissare lo sguardo spirituale sull'infinita Luce che è il Cielo, e nella Luce meglio comprenderai. Guarda, ascolta e sii beata.
   Quando il peccato di Lucifero sconvolse l'ordine del Paradiso e travolse nel disordine gli spiriti meno fedeli, un grande orrore ci percosse tutti, quasi che qualcosa si fosse lacerato, si fosse distrutto, e senza speranza di vederlo risorgere più. In realtà ciò era. Si era distrutta quella completa carità che prima era sola esistente lassù, ed era crollata in una voragine dalla quale uscivano fetori d'Inferno.
   Si era distrutta l'assoluta carità degli angeli, ed era sorto l'Odio. Sbigottiti, come lo si può essere in Cielo, noi, i fedeli al Signore, piangemmo per il dolore di Dio e per il corruccio suo. Piangemmo sulla manomessa pace del Paradiso, sull'ordine violato, sulla fragilità degli spiriti. Non ci sentimmo più sicuri di essere impeccabili, perché fatti di puro spirito. Lucifero e i suoi uguali ci avevano provato che anche l'angelo può peccare e divenire demonio. Sentimmo che la superbia poteva, era latente, e poteva svilupparsi in noi. Tememmo che nessuno, fuorché Dio, potesse resistere ad essa se Lucifero aveva ad essa ceduto. Tremammo per queste forze oscure che non pensavamo potessero invaderci, che potrei dire: ignoravamo che esistessero, e che brutalmente ci si disvelavano. Abbattuti, ci chiedevamo, con palpiti di luce: "Ma dunque l'esser così puri non serve? Chi mai allora darà a Dio l'amore che Egli esige e merita, se anche noi siamo soggetti a peccare?".
   Ecco allora che, alzando il nostro contemplare dall'abisso e dalla desolazione alla Divinità, e fissando il suo Splendore, con un timore sino allora ignorato, contemplammo la seconda Rivelazione del Pensiero Eterno. E se per la conoscenza della prima venne il Disordine creato dai superbi che non vollero adorare la Parola Divina, per la conoscenza della seconda tornò in noi la pace che si era turbata.
   Vedemmo Maria nel Pensiero eterno. Vederla e possedere quella sapienza che è conforto, sicurezza e pace, fu una sola cosa. Salutammo la futura nostra Regina con il canto della nostra Luce, e la contemplammo nelle sue perfezioni gratuite e volontarie. Oh! bellezza di quell'attimo in cui a conforto dei suoi angeli l'Eterno presentò ad essi la gemma del suo Amore e della sua Potenza! E la vedemmo umile tanto da riparare da sé sola ogni superbia di creatura.
   Ci fu maestra da allora nel non fare dei doni uno strumento di rovina. Non la sua corporea effige, ma la sua spiritualità ci parlò senza parola, e da ogni pensiero di superbia fummo preservati per aver contemplata per un attimo, nel Pensiero di Dio, l'Umilissima. Per secoli e secoli operammo nella soavità di quella fulgida rivelazione. Per secoli e secoli, per l'eternità, gioimmo e gioiamo e gioiremo del possedere Colei che avevamo spiritualmente contemplata. La Gioia di Dio è la nostra gioia e noi ci teniamo nella sua Luce per essere di essa compenetrati e per dare gioia e gloria a Colui che ci ha creati.
   Ora dunque ripieni dei suoi stessi palpiti meditiamo la Liturgia che parla di Lei.
   "Con gioia". Carattere della vera umiltà è la vera gioia che nessuna cosa turba.
   Chi è umile in modo relativo ha sempre un motivo di turbamento anche nei suoi più schietti trionfi. Il vero e completo umile, invece, non ha turbamento di sorta. Quale che sia il dono o il trionfo che lo riveste di speciale veste, egli è gioioso e non teme, perché sa e riconosce che quanto lo fa diverso dai più non è cosa che egli si è fatta con mezzi umani, ma è cosa che viene da altre sfere e che nessuno gli può rapire. La contempla e considera come vestimento di gran valore che gli è stato dato per portarlo un tempo e che deve essere usato con quella cura che si ha per ciò che non è nostro e va reso senza lesioni a chi lo ha donato.
   Sa anche che questo rivestimento regale, non chiesto per avidità di apparire, gli è stato dato da una Sapienza infinita che ha giudicato bene di darlo. Non c'è dunque affanno per ottenerlo o per conservarlo. L'umile che è veramente tale non brama cose straordinarie e non si turba se chi ha dato leva. Dice: "Tutto è bene perché la Sapienza così vuole". Perciò l'umile è sempre nella gioia. Perché non brama, perché non è avaro di ciò che gli viene dato, perché non si sente menomato se gli vien tolto.
   Maria Ss. ebbe questa gioia. Dal suo nascere al suo assurgere la ebbe sulla Terra, anche fra le lacrime del suo lungo Calvario di madre del Cristo, anche sotto il mare di strazio del Calvario di suo Figlio. Ebbe, nel suo dolore che non fu simile a nessun altro, la gioia esultante di fare, sino al sacrificio totale, ciò che Dio voleva, ciò che Dio le aveva significato di pretendere da Lei da quando l'aveva rivestita con le vesti della salvezza e coperta col manto di giustizia come sposa ornata di gioielli.
   Misura quale caduta sarebbe stata quella di Maria se, avendo avuto la Concezione Immacolata, la giustizia, e ogni altro gioiello divino, avesse calpestato ogni cosa per seguire la voce dell'eterno Corruttore? Ne misuri la profondità? Non ci sarebbe più stata redenzione per gli uomini, non più Cielo per gli uomini, non più possesso di Dio per gli uomini. Maria vi ha dato tutto questo perché con la vera gioia degli umili ha portato le sue vesti di Beneamata dall'Eterno e ha cantato le lodi di Lui, di Lui solo, pur fra i singhiozzi e le desolazioni della Passione.
   Ha esultato! Che profonda parola! Ha sempre esultato magnificando con lo spirito il suo Signore, anche quando la sua umanità conosceva lo scherno di tutto un popolo, ed era sommersa e torchiata dal suo dolore e dal dolore della sua Creatura. Ha esultato pensando che quel suo dolore, quel dolore del suo Gesù, dava gloria a Dio salvando uomini a Dio.
   Sopra i gemiti della Madre, sopra i suoi lamenti di Donna, cantava la gioia del suo spirito di Corredentrice. Cantava con la sommissione a quell'ora, con la speranza nelle parole della Sapienza, con l'amore che benediceva Dio di averla trafitta.
   La lunga passione di Maria ha completato Maria, unendo alle grandi cose che Dio in Lei aveva fatte, le grandi cose che Ella sapeva fare per il Signore. Veramente mentre le sue viscere di Madre gridavano lo strazio della sua tortura, il suo spirito fedele cantava: "Io ti esalto, o Signore, perché mi hai protetta e non hai permesso che i miei nemici potessero rallegrarsi a mio riguardo".
   Vedi che umiltà? Chiunque altro avrebbe detto: "Sono contento di aver saputo rimanere fedele anche nella prova. Sono contento di aver fatto la Volontà di Dio". Non sono queste parole di peccato. Ma un filo di orgoglio è ancora in esse. "Io sono contento perché ho fatto". L'iodella creatura che si sente autore unico del bene compiuto. Maria Ss. dice: "Io ti esalto perché Tu mi hai protetta". Dà a Dio il merito di averla tenuta santa in quelle ore di lotta.
   Dio aveva preparata una degna dimora al suo Verbo. Ma Maria ha saputo serbare quella dimora degna di Dio, che in Lei doveva incarnarsi. Imitatela, o creature. In misura minore, come si conviene a voi, che non dovete concepire il Cristo, ma per quanto vi è necessario a portare il Cristo in voi, Dio vi dà i mezzi ed i doni atti a fare di voi dei templi e altari. Imitate Maria, sapendo serbare la dimora del vostro cuore degna del Santo che chiede di entrare in voi per godere di voi e vivere fra i figli degli uomini, da Lui amati senza misura.
   E se non avete saputo imitarla, e la vostra dimora è ormai una dimora profanata o smantellata dai troppi che l'hanno abitata, ricostruitela in Maria, che è l'amabile e instancabile Madre che genera i figli al Signore, perché attraverso a Maria si va alla Vita, e perciò chi è languente o morto, e non osa alzare gli occhi al Signore, può tornare vivo e gradevole all'Eterno se entra nel Seno, nel Cuore che hanno dato al mondo il Salvatore.
   Il Signore Gesù ti ha spiegato1 la luce del capitolo sapienziale. Io non mi permetto di parlare dove Egli ha parlato. Ma a conferma del mio dire ti faccio notare le parole che la Sapienza applica a Maria: "La mia delizia è stare coi figli degli uomini". Con questi figli, che le sono costati tanto pianto. Ma è delle vere madri piangere e amare, e amare per quanto si è pianto, amare tanto da portare all'amore, piangere tanto da convertire i perversi. Perché troverebbe delizia a stare fra gli uomini questa Benedetta la cui dimora è ab eterno il Cielo, questa Benedetta che ebbe ad abitazione il Seno meraviglioso di Dio, e che fu abitazione a Dio, questa Benedetta il cui Popolo è quello degli Angeli e dei beati, se non per ricostruire i poveri cuori che il mondo e Satana, che la carne e le passioni hanno devastato? Perché troverebbe delizia, se non perché stando fra voi vi ripartorisce a Dio?
   Sentitela cantare nella sua luce di perla: "Beati quelli che battono le mie vie". Le vie di Maria finiscono nel Cuore di Dio. "Ascoltate i miei consigli per diventare saggi, non li ricusate". Una Madre, e santa quale Ella è, non può che dare parole di vita. Ma considerate quanto, nella già piena di Grazia, e perciò di Sapienza, avrà lasciato la Parola portata per nove mesi nel seno, e sul seno per tanti anni. Sul seno nell'infanzia e puerizia, e nella morte, nel Cuore purissimo per 33 anni. Mai è stato inerte Dio-Figlio per la sua amabile Madre. Mai, Egli che non è mai inattivo neppur coi colpevoli uomini. Perciò tutta la Sapienza si è fusa con tutta la Purezza, e Maria non può che parlare con la parola di Dio, con quella parola che il Cristo ha detto Vita di chi l'ascolta. Canta Maria, Lei che sa ciò che è in Lei: "Beato l'uomo che mi ascolta e veglia alla mia porta e attende all'ingresso della mia casa". Abitacolo di Dio, Ella sa che chi in Lei entra trova Dio. Ossia, così come Ella canta: "Chi troverà Lei avrà trovato la Vita e riceverà dal Signore la salute".
   Veramente chi vive in Lei ha salute, vita, sapienza, gloria, letizia e onore perché Ella è tutto questo, avendo le sue radici in Dio stesso, fondata come è sul monte di Dio per esserne il Tempio, amata più di ogni altra creatura dal Signore Altissimo, dovendo Essa in eterno essere la Madre dell'Uomo.
  Oh! parola poco meditata, meno ancora compresa, nella quale è compendiata tutta la figura di Maria. Cosa è Maria? È la Riparatrice. Ella annulla Eva. Ella riporta le cose sconvolte al punto dove erano quando le sconvolse il Serpente maligno ed Eva imprudente. L'angelo la saluta: "Ave". Si dice che Ave è il capovolgimento di Eva. Ma Ave è ancora un'eco che ricorda il Nome Ss. di Dio, così come lo ricorda ancor più vivamente, e come te l'ho spiegato2, il nome del Verbo: Jeoscué.
   Nel tetragramma sacro che i figli del Popolo di Dio avevano formato per pronunciare nel segreto tempio dello spirito l'irripetibile Nome, già è "Ave". Il principio della parola con cui Dio mandò a far della Tutta Bella la Santa Madre e Corredentrice. Ave: quasi che, come realmente avvenne, Egli, annunciandosi col suo Nome, entrasse a farsi carne in un seno, nell'Unico Seno che poteva contenere l'Unico.
   Ave, Maria, Madre dell'Uomo come Eva, più di Eva, che hai riportato l'uomo, attraverso all'Uomo, alla sua Patria, alla sua eredità, alla sua figliolanza, alla sua Gioia.
   Ave, Maria, Seno di santità in cui è rideposto il seme della Specie, perché l'eterno Abramo abbia i figli di cui l'invidia satanica lo aveva fatto sterile.
   Ave, Maria, Madre Deipara del Primogenito eterno, Madre pietosa dell'Umanità, lavata nel tuo pianto e nel Sangue che è tuo sangue.
   Ave, Maria, Perla del Cielo, Luce di Stella, Bellezza soave, Pace di Dio.
   Ave, Maria piena di Grazia in cui è il Signore, mai divisa da Lui che in Te prende le sue delizie e i suoi riposi.
  Ave, Maria, Donna benedetta fra tutte le donne, amore vivente, fatta dall'Amore sposa all'Amore, Madre dell'Amore.
   In Te purezza, in Te pace, in Te sapienza, in Te ubbidienza, in Te umiltà, in Te perfette le tre e le quattro virtù...
   Maria, il Cielo delira d'amore nel contemplare Maria. Il suo canto aumenta sino a note incomparabili. Nessun mortale, per santo che sia, può comprendere cosa sia per tutto il Cielo Maria.
   Tutte le cose sono state fatte per il Verbo. Ma anche tutte le opere più grandi sono state fatte dall'Amore Eterno in Maria e per Maria. Perché Colui che è potente l'ha amata senza limite, e l'ama. E la Potenza di Dio sta nelle sue mani di Giglio purissimo per essere sparsa su chi a Lei ricorre.
  Ave! Ave! Ave! Maria!...».
  

   Messa seconda d'Avvento.
   «Ave Maria, attraverso la quale il Signore viene a salvare le nazioni e a far intendere la gloria sua nella letizia del Salvatore concesso al mondo.
   La liturgia della S. Messa della seconda domenica di Avvento si affianca molto bene alla liturgia della S. Messa propria dell'Immacolata Concezione, perché è ancora per Maria che il Salvatore viene a salvare i popoli e ad essere l'Agnello che è pastore, e Pastore buono, venuto a guidare i giusti nei pascoli del Signore. I giusti, ombreggiati in Giuseppe, mite e giusto come pecorella ubbidiente ad ogni comando dell'Eterno, Supremo Pastore dei popoli.
   Ed è ancora per Maria che i poveri e deboli uomini riescono ad ottenere i mezzi di salute e le ricchezze eterne. Giovanni precorse il Cristo preparandogli le vie. Maria precorre il Cristo preparandogli la via nei vostri cuori. Aprite il cuore a Maria, mettete il vostro spirito nelle sue materne mani perché essa lo prepari alla Divina venuta. Imitate Maria in questo tempo di Avvento, e sarete pronti a ricevere il Natale ed i suoi frutti soprannaturali in modo degno dell'elogio angelico.
   Paolo dice che tutto quanto è stato scritto per farvi sapienti nel Signore, è stato scritto perché si conservi la speranza. Quale speranza? Quella delle promesse divine. Ma le promesse, che sono certe - e perciò bisogna, più ancor che sperare: credere, assolutamente credere che si compiranno - avranno compimento se voi saprete perseverare e operare con pazienza e con la forza che viene dalle consolazioni, di cui è ripiena la Scrittura, nelle diverse contingenze della vita.
   Perché questa vita è lotta continua, sempre nuova, piena di incognite e di sorprese, lotta che stancherebbe anche un eroe, se questo non fosse sorretto da qualcosa più che terreno. Questo qualcosa è Dio e la sua Legge, e le sue promesse, è la certezza della vita futura, la fede certa che l'Uomo che si è immolato per voi non poteva che essere che Dio, perché nessuno, che non sia stato Cristo, ha mai saputo vivere e morire come Egli visse e morì. Queste le cose che alimentano le forze di voi, lottatori al presente, vincitori domani. Queste le certezze e consolazioni che il Dio della pazienza e delle consolazioni vi infonde perché sappiate lottare con Cristo e per il Cristo, giungendo alla gloria che per il Cristo potete avere.
   E con la fede e la speranza ecco, nelle parole di Paolo, ancora ricordata la carità, senza la quale ogni altra cosa è vana. Anche la vita di più austera virtù sarebbe vana se non fosse congiunta alla carità. Colui che praticasse le più austere penitenze, che fosse temperante, onesto, continente, che credesse in Dio, che sperasse in Lui, che fosse osservante dei Comandi e Precetti, ma che non amasse il suo prossimo, mortificherebbe le sue virtù in modo tale da espiare ben lungamente il suo peccato di egoismo.
   Santo l'amore a Dio, santa l'ubbidienza ai precetti, santa la temperanza e buona l'onestà. Ma se non vi è amore al prossimo, non è tutto ciò come un albero troppo mortificato che resta solo duro tronco, senza rami né foglie, senza fiori né frutti, inutile al viandante accaldato che cerca l'ombrìa o il riparo dall'acquazzone, inutile allo sconfortato che dalla vista dei suoi fiori trae quasi una parola di speranza per l'avvenire, inutile all'affamato che non può sostenere le languenti forze con il frutto colto ai suoi rami e sentire che c'è un Dio che veglia sui bisogni dei figli, inutile persino all'uccello che invano cerca un rifugio contro il tronco spoglio? Veramente la rigida virtù che è priva di amore è una triste visione di tronco poderoso, ma brullo e destinato a morire. È egoismo ancora. È ancora fariseismo. È un paganesimo che si sostituisce al vero culto. Perché la vera Religione si appoggia sulle due colonne dei due amori di Dio e di prossimo, e tutto l'edificio è precario se sostenuto da una sola colonna, disarmonico sempre.
   La Legge è di amare Dio e di amarsi fra fratelli, accogliendosi gli uni gli altri, sorreggendosi, istruendosi, compatendosi come Cristo fece.
   Tu, piccola voce, vedi come Cristo amasse i circoncisi, perché loro diritto di essere amati essendo del Popolo della promessa, e gli incirconcisi, come era suo diritto di amarli, essendo il popolo nuovo del Re dei re. Tanto li ha amati che i primi ne fecero un ingiusto capo di accusa contro di Lui, così come ora i "circoncisi" di ora, quelli che per essere, o per credersi d'essere gli eletti fra le nazioni, delle pagine che rivelano l'impareggiabile amore del Maestro divino per i Gentili se ne fanno scandalo e oggetto di negazione.
   Non comprendevano i rabbi di allora, e non comprendono i rabbi di ora, la suprema carità che vede negli uomini tanti fratelli e che li ama, se sono santi e del popolo di Dio perché tali; e li ama, se non sono santi, per farli tali.
   Io ti dico però con Paolo che questi ultimi, dei tempi d'ora, superano nell'amore che rendono all'amore quelli che si credono i perfetti. Sempre così, ora come 20 secoli fa. I sapienti insapienti, ossia quelli che sanno la lettera ma non lo spirito di essa, non sanno comprendere, e credere, e accettare che Gesù Cristo, il Salvatore, è venuto, e viene, più per i Gentili che per i suoi, più per le pecore senza pastore, o per quelle inselvatichite, o anche ferite e rognose, che per le 99 pecorelle già in salvo nel suo Ovile.
   Gesù Cristo è stato, è, e sarà, Colui che è Salute per tutti quelli che lo sanno cercare o desiderare.
   Or dunque senza differenza per quelli che sono del gregge e per quelli che non lo sono, sappiate amare, soffrire, operare, pensando che 20 secoli or sono il Cielo si è aperto per concedere non a Betlem o a Nazaret o a Gerusalemme o all'intera Palestina, all'ancor più vasto Israele disseminato per il mondo, il Salvatore e Maestro, ma per darlo a tutti gli uomini.
   Questo è lo spirito di preparazione alla venuta del Cristo, suprema carità di Dio: uno spirito di amore universale perché tutti gli uomini vadano al Regno di Dio, alla casa del Padre.
   A te, poi, spetta un compito d'amore più grande ancora, e tu sai perché e per chi. Ma non ti sconforti la grandezza dell'amore che ti si chiede. Tanto è quello che hai ricevuto. Sii dunque generosa nel dare. Nel dare in tutti i modi. Sino alla consumazione totale. Sii eroica. Sei vittima. Sii eroica. Il tempo passa e la pace viene. Sii eroica. Dopo, tutto ti parrà così poco rispetto a ciò che avrai.
   Alza il tuo spirito! Guarda la gioia che ti viene dal tuo Dio, guarda il tuo Dio che è la tua gioia, e che viene a te per confortarti.
   Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo».

 
 1 ti ha spiegato, in vari punti dell'opera L'Evangelo come mi è stato rivelato, cominciando dai capitoli 1, 5 e 6 nel volume 1°.


  2 te l'ho spiegato, nella lezione sulla Messa della festa di Cristo Re. Il tetragramma, che significa "quattro lettere", era il

non pronunciabile nome ebraico di Dio formato di quattro consonanti: Jhwh.

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Dai Quaderni, 8 dicembre 1943, alle 6 antimeridiane

 [...] Lo stesso 8 dicembre alle 6 ant.

   Dice Maria
   «Quando nell’ira del Venerdì santo mi incontrai col Figlio mio ad un crocevia che menava al Golgota, nessuna parola usci dalle nostre labbra fuorché: "Mamma!", "Figlio!". 
   
Intorno a noi stava la Bestemmia, la Ferocia, lo Scherno e la Curiosità. Inutile, davanti a queste quattro Furie, esporre il cuore con i suoi palpiti più santi. Si sarebbero precipitate su esso a ferirlo più ancora, perché quando l’uomo tocca la perfezione del Male è capace non solo del delitto verso i corpi ma anche verso il pensiero e il sentimento del suo simile.
   
Ci guardammo. Gesù, che aveva già parlato alle donne pietose incitandole a piangere sui peccati del mondo, non mi guardò che fissamente, attraverso il velo del sudore, del pianto, della polvere, del sangue, che facevano crosta alle sue palpebre.
   Sapeva che io pregavo per il mondo a che avrei voluto piegare il Cielo in suo soccorso alleviandogli non il supplizio, poiché questo doveva esser compiuto per decreto eterno, ma la durata di esso. Lo avrei voluto piegare a costo di un mio martirio di tutta la vita. Ma non potevo. Era l’ora della Giustizia.  
   Sapeva che lo amavo come non mai. Ed io sapevo che mi amava e che più del velo della Veronica pietosa e di ogni altro soccorso gli sarebbe stato di sollievo il bacio della sua Mamma. Ma anche questa tortura ci voleva per redimere le colpe del disamore.
   
I nostri sguardi si incontrarono, si allacciarono, si divisero lacerando i cuori nostri. E poi la calca travolse e sospinse la Vittima verso il suo altare e lo nascose all’altra vittima che già era sull’altare del sacrificio e che ero io, Madre dolorosa.
   Quando vi vedo così duri, ostinati nel peccato, e penso che il nostro duplice strazio infinito non è valso a farvi buoni, penso quale strazio più grande occorreva per neutralizzare il veleno di Satana in voi e non lo trovo, perché strazio più grande del nostro non c’è.
   
Ho tenuto, dal momento della mia Immacolata Concezione, il capo di Satana sotto il mio calcagno di senza colpa. Ma esso ha, non avendo potuto corrompere il mio corpo e la mia anima con il suo veleno, schizzato esso veleno come acido infernale sul mio Cuore materno e, se esso è immacolato per grazia di Dio, è addolorato come più non potrebbe per opera di Satana, che lo ha trafitto a morte per opera dei figli dell’uomo uccisori del Figlio mio dall’ora del Getsemani alla fine del mondo.
   
La Madre ti dice, creatura che mi sei cara, che nella beatitudine del Cielo salgono a ferirmi come frecce le offese che fate al Figlio mio ed ognuna riapre la ferita del Venerdì santo. Più delle stelle nei firmamenti di Dio sono le ferite che porta  il mio Cuore per voi. E della Madre che vi ha dato la sua vita non avete pietà. 
   Tornerò a parlarti oggi perché ti voglio tenere tutto il giorno con me. Oggi sono più che mai Regina in Cielo e porto con me l’anima tua.
  Sei una bambina che poco sa della Mamma. Ma quando saprai tante cose e mi conoscerai non come stella lontana di cui solo si vede un raggio e si sa il nome non solo come ente ideale e idealizzato, ma come realtà viva e amorosa, con il mio cuore di Madre di Dio e di Mamma di Gesù, di Donna che capisce i dolori della donna perché i più atroci non le furono risparmiati e non ha che ricordare i suoi per capire gli altrui, allora mi amerai come ami il Figlio mio: ossia con tutta te stessa.»

   Lo stesso giorno alle 12. 
   
   Dice Maria: 
   «Fu la pietà di Longino a permettermi di accostarmi alla Croce, alla quale ero giunta attraverso a
scorciatoie scoscese, portata più dall’amore che da forza mia propria. 
   Longino era un soldato retto che compieva il suo dovere ed esercitava il suo diritto con giustizia.
Era perciò già predisposto ai prodigi della Grazia. Io per quella sua pietà gli ottenni il dono delle stille del Costato ed esse gli furono battesimo di grazia, perché la sua anima aveva sete di Giustizia e Verità.
   Gli angeli avevano detto nell’alba natale di Gesù: "Pace in terra agli uomini di buona volontà". Nel tramonto del giorno mortale del Cristo, il Cristo stesso dava a quest’uomo di buona volontà la sua Pace. E Longino fu il primo figlio natomi dal travaglio della Croce, perché Disma fu l’ultimo redento per la parola di Gesù di Nazaret come Giovanni ne fu il primo, e potrei dire che egli, col suo cuore di giglio di diamante acceso dall’amore, fu la luce nata dalla Luce, e le Tenebre non poterono mai offuscarla.
   Io non avevo fatto che prendere questo "figlio di Cristo" (il Padre Migliorini1 sa cosa voglia dire in ebraico il suffisso: bar) dalle mani del Figlio mio dando inizio al ciclo della mia maternità spirituale con un fiore che già s’era sbocciato al Cielo; della mia maternità spirituale nata come rosa porpurea dalle palme inchiodate al tronco della Croce, così diversa dalla candida rosa di letizia di Cana, ma ugualmente data dall’amore del Cristo alla sua Mamma per gli uomini, e dall’amore del Cristo agli uomini per la sua Mamma che non avrebbe più avuto Figlio.
   Un miracolo d’amore segnò l’èra dell’evangelizzazione, un miracolo d’amore quella della redenzione, perché tutto quanto viene da Gesù mio è amore e tutto quanto viene da Maria è pure amore. il cuore della Mamma non differisce da quello del Figlio altro che nella Perfezione divina.
   Dall’alto della Croce erano scese lente le parole, spaziate nel tempo come battere d’ore ad un orologio celeste. Ed io le avevo tutte raccolte, anche quelle che a me meno si riferivano, perché anche un sospiro del Morente era raccolto, bevuto, aspirato, dal mio udito, dal mio occhio, dal mio cuore.
   "Donna, ecco tuo figlio". E generati dal mio dolore ho dato figli al Cielo da quel momento. Parto verginale come il mio primo, questo mistico parto di voi per Lui. Io vi do alla luce dei Cieli attraverso il mio Figlio e il mio dolore. E questo generare, che ebbe principio da quelle parole, se non ha ululi di carne squarciata, perché la mia carne era immune da colpa e dalla condanna del generare attraverso al dolore, il cuore squarciato ululò senza voce col singulto muto dello spirito, e posso dire che voi nascete attraverso il varco aperto dal mio dolore di Madre nel mio cuore di Vergine.
   Ma la parola-regina di quel crudele pomeriggio d’aprile era sempre una: "Mamma!". Conforto del Figlio solo a chiamarmi, poiché sapeva quanto l’amavo e come lo spirito mio ascendesse sulla sua Croce per baciare il mio santo Torturato. Sempre più sovente ripetuta e più straziantemente ripetuta mano a mano che lo spasimo cresceva come marea che monta.
   Il grande grido di cui parlano gli evangelisti fu questa parola. Aveva tutto detto e tutto compiuto, aveva affidato lo spirito al Padre suo ed invocato il Padre sul suo smisurato dolore. Ed il Padre non s’era mostrato a Questo nel quale fino a quell’ora si era compiaciuto e che ora, carico dei peccati di un mondo, era guardato con rigore da Dio. La Vittima chiamò la Madre. Con urlo di lacerante dolore che trafisse i Cieli, facendone piovere perdono, e che trafisse il mio cuore, facendone piovere sangue e pianto.
   Ho raccolto quel grido in cui per le contrazioni della morte, e di quella morte la parola naufragava in uno2 straziante lamento, ed ho portato in me quel suono come una spada di fuoco sino alla mattina pasquale, quando il Vincitore entrò, sfolgorante più del sole di quel sereno mattino, bello più di come mai l’avessi visto prima, perché la tomba m’aveva ingoiato un Uomo-Dio e mi restituiva un Dio-Uomo, perfetto nella sua virile maestà, giubilante per la prova compiuta. 
   "Mamma" anche allora. Ma, o figlia!, questo era il grido della sua gioia incontenibile, di cui Egli mi faceva partecipe stringendomi al Cuore e mondando l’assenzio dell’aceto e del fiele al bacio della Mamma sua.
   Non ti faccia stupore se nel giorno della mia festa di candore io ti ho parlato del mio dolore. Ad ogni dono di Dio per giustizia è contrapposto un dono del beneficato. Ogni elezione importa con sé doveri tremendi e soavi insieme, che divengono gaudio eterno quando la prova finisce.
   Al dono supremo del Concepimento senza macchia doveva da parte mia corrispondere quello d’essere Madre del Redentore, ossia Donna del Dolore. E lo strazio del Golgota è la corona apposta sulla gloria del mio Concepimento immacolato.»

 

   1Migliorini è nostra trascrizione da M. 

   2 uno è nostra correzione da un




Ave Maria, Madre di Gesù e nostra, noi ci affidiamo a Te!