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mercoledì 10 giugno 2020

ALFONSO RODRIGUEZ: ESERCIZIO DI PERFEZIONE E DI VIRTÙ CRISTIANE


CAPO II.
Si dichiara meglio il secondo fondamento.
1. Dio non vuole il peccato.
2. Bensì l'effetto del peccato.
3. Così i malvagi servono di strumento alla divina giustizia.
4. Esempi.
5. Anche il demonio.
6. Prove della Scrittura.


1. È una verità tanto chiaramente espressa nella divina Scrittura, che tutti i travagli e mali di pena vengono dalla mano di Dio, che non vi sarebbe verun bisogno di trattenerci in provarla, se il demonio colla sua astuzia non procurasse d'oscurarla. Perché dell'altra verità, pur certa, che abbiamo detta, cioè non esser Dio cagione né autore del peccato, inferisce una conclusione falsa e bugiarda, facendo credere ad alcuni che, sebbene i mali che ci vengono per mezzo di cagioni naturali e di creature irragionevoli, come l'infermità, la carestia, la sterilità, vengono dalla mano di Dio; perché in queste cose non v'è peccato né vi può essere in creature tali, non essendo capaci di esso; nondimeno il male e il travaglio che accade per colpa dell'uomo, il quale ha dato delle ferite o ha rubato ad un altro, o lo ha ingiuriato, non viene dalla mano di Dio, né è guidato dalla sua ordinazione o provvidenza, ma viene dalla malizia e perversa volontà di colui; il che è un errore molto grande. 

Dice molto bene S. Doroteo, riprendendo questa cosa e quelli insieme che non pigliano tutte le cose come venute dalla mano di Dio: Vi sono alcuni, i quali, quando un altro dice qualche parola contro di essi, o fa loro qualche altro male, dimentichi di Dio, rivolgono tutta la loro ira contro il prossimo, imitando i cani, i quali mordono il sasso e non guardano alla mano che l'ha tirato, né fanno d'essa alcun conto (S. DOROTH. Doctr. 7, n. 6).


2. Per dar il bando a quest'errore, e acciocché stiamo ben fondati nella verità cattolica, notano i teologi che nel peccato che l'uomo commette concorrono due cose; l'una è il moto o atto esteriore che egli fa; l'altra il disordine della volontà col quale si scosta da quello che Dio comanda. Della prima cosa è autore Dio, della seconda l'uomo. Mettiamo, per esempio, che un uomo venga a rissa con un altro e lo ammazzi. Per ammazzarlo gli bisognò metter mano all'arma, alzare e maneggiare il braccio, tirare il colpo e far altri moti naturali, i quali si possono considerare da sé, senza il disordine della volontà dell'uomo che li fece per ammazzar quell'altro. 
Di tutti questi moti, considerati in sé stessi, ne è cagione Iddio, ed egli li fa, come fa anche tutti gli altri effetti delle creature irragionevoli: perché siccome esse non si possono muovere né operare senza l'attuale concorso di Dio, così né anche potrebbe senza esso maneggiar l'uomo il braccio né metter mano all'arma: Oltre di questo, quegli atti naturali da se stessi non sono cattivi, perché se l'uomo li usasse per sua necessaria difesa, o in guerra giusta, o come ministro della giustizia, e in questo modo ammazzasse un altro, non peccherebbe. 
Ma della colpa, che è il difetto e disordine della volontà con cui l'uomo cattivo fa l'ingiuria, e di quel traviamento dalla ragione e storcimento da essa, non ne è cagione Iddio; sebbene ciò egli permette, perché, potendolo impedire, non lo impedisce pei suoi giusti giudizi. E dichiarano questo con una similitudine. Si trova uno ferito nel piede e con esso va zoppicando. La cagione del camminare col piede è la virtù e la forza motiva dell'anima; ma del zoppicare ne è cagione la ferita, e non la virtù dell'anima: così nell’opera che uno fa peccando, la cagione dell'opera è Dio; ma l'errare e il peccare operando è del libero arbitrio dell'uomo.

Di maniera che, sebbene Iddio non è né può essere cagione né autore del peccato, abbiamo nondimeno da tener per certo che tutti i mali di pena, o vengano per mezzo di cagioni naturali e di creature irragionevoli; o vengano per mezzo di creature ragionevoli, per qualsivoglia via e in qualsivoglia modo che vengano, tutti vengono dalla mano di Dio, e per sua disposizione e provvidenza. Dio è quegli che ha maneggiata la mano di colui che ti ha percosso, e la lingua di colui che ti ha detta la parola ingiuriosa. «Vi sarà danno nella città, che non sia opera del Signore?» dice il profeta Amos (Am3,6); ed è piena la sacra Scrittura di questa verità, attribuendo a Dio il male che un uomo ha fatto ad un altro, e dicendo che Dio è quegli che l'ha fatto.


3. Nel secondo libro dei Re, parlandosi di quel castigo che Dio diede a Davide per mezzo del suo figlio Assalonne, per il peccato d'adulterio e d'omicidio che commise, dice Dio che un tale castigo gliela avrebbe dato egli di propria mano. «Ecco che io farò nascere le tue sciagure dalla tua stessa casa... poiché tu hai fatto in segreto, ma io farò questo a vista di tutto Israele, e a vista di questo sole» (2Re 12, 11-12). Quindi è ancora che i re empi, i quali per la loro superbia e crudeltà usavano trattamenti asprissimi col popolo di Dio, vengono chiamati dalla Scrittura strumenti della divina giustizia. «Guai ad Assur, verga del mio furore» (Is10,5). E di Ciro, re dei Persiani, per mezzo del quale il Signore aveva da castigare i Caldei, dice «che ne prese la destra» (Is45,1). 

Dice molto bene S. Agostino a questo proposito: Procede Dio con noi altri come suole procedere di qua un padre, il quale adirato col figliuolo dà di mano ad un bastone, che trova alla ventura, e con esso castiga il figliuolo erede di tutti i suoi beni. In questa maniera, dice il Santo, è solito anche il Signore dar di mano ai tristi e servirsene di strumento e di sferza per castigare i buoni (S. AUG. Enarr. in Ps. 73, n. 8).


4. Nella Storia Ecclesiastica (NICEPHOR. Eccles, hist. l. 3, c. 6) leggiamo che nella distruzione di Gerusalemme, vedendo Tito; capitano dei Romani, mentre passeggiava intorno alla città, i fossi pieni di teste di morti e di cadaveri, e che tutto quel paese circonvicino s'infettava per la puzza, alzò gli occhi al cielo e a gran voce chiamò Dio per testimonio, come egli non era cagione che si facesse tanto grande strage. 
E quando quel barbaro Alarico andava a saccheggiare e distruggere Roma, gli uscì incontro un venerabile monaco e gli disse che non volesse esser cagione di tanti mali, quanti si sarebbero commessi in quella giornata; ed egli rispose: Io non vo a Roma per volontà mia, ma una certa persona, la quale non so chi si sia, tutto dì mi va stimolando e mi tormenta, dicendomi: Va a Roma e distruggi la città (CASSIOD. Hist. tripart. l. 11, c. 9). 
Di maniera che abbiamo a conchiudere che tutte queste cose vengono dalla mano di Dio e per ordine e volontà sua. E così il reale profeta Davide, quando Semei gli diceva tanti improperi e gli tirava sassi e terra, disse a coloro che volevano di lui fare vendetta: Lasciatelo stare, ché il Signore gli ha comandato che dica tanto di male contro di me (2Re 16,10). E voleva dire: il Signore l'ha preso come suo strumento per affliggermi e castigarmi.


5. Ma che gran cosa è riconoscere gli uomini per strumenti della giustizia e provvidenza divina; poiché ne sono anche strumenti gli stessi demoni, ostinati e indurati nella loro malvagità e ansiosi della nostra rovina? S. Gregorio nota mirabilmente questa cosa sopra quello che dice la Scrittura nel primo libro dei Re: «Uno spirito maligno del Signore agitava Saulle» (S. GREG. Moral. l. 2, c. 10; l. 18, c. 2, n. 4). 
Lo stesso spirito si chiama spirito del Signore e spirito maligno; maligno, per il desiderio della sua maligna volontà; e del  Signore, per dimostrarci che era mandato da Dio per dar quel tormento a Saulle, e che Dio glielo dava per mezzo di esso. E lo dichiara ivi espressamente il testo medesimo, dicendo che lo spirito che lo vessava era per permissione di Dio (1Re 16,14), E per la stessa ragione dice il Santo (S. GREG. Moral. l. 14, c. 38, n. 46) che i demoni, i quali tribolano e perseguitano i giusti, sono chiamati dalla Scrittura ladroni di Dio, come si legge in Giobbe: ladroni, per la maligna volontà che hanno di farci male; e di Dio, per dimostrarci che la potestà che hanno di farci male l'hanno da Dio.


6. E così pondera molto bene S. Agostino (S. AUG. Enarr. 2 in Ps. 31, n. 26): «Non disse il Santo Giobbe: Il Signore me lo diede, il demonio me l'ha tolto»; ma ogni cosa riferì egli subito a Dio, e disse: Il Signore me lo diede; il Signore me l'ha tolto; perché sapeva molto bene che il demonio non può far più male di quello che gli è permesso da Dio. E prosegue il Santo: Nessuno dica: il demonio m'ha fatto questo male. Attribuisci pure a Dio il tuo travaglio e il tuo flagello; perciocché il demonio non può far niente, nemmeno toccarti un pelo della veste, se Dio non gliene dà licenza né anche nei porci dei Geraseni poterono entrare i demoni senza domandarne prima licenza a Cristo nostro Redentore, come narra il santo Vangelo (Mt 8, 31). 
Come dunque tenteranno te, o ti potranno tentare, senza licenza di Dio? Quegli che senza questa non poté toccare i porci, come potrà toccare i figliuoli?

ALFONSO RODRIGUEZ: ESERCIZIO DI PERFEZIONE E DI VIRTÙ CRISTIANE



AMDG et DVM