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giovedì 3 settembre 2015

SAN PIO X E IL CLERO



LA RIFORMA DEL CLERO

Stabiliti i due maggiori fondamenti della auspicata “restaurazione di ogni cosa in Cristo” - Catechismo ed Eucaristia - Pio X rivolse le sue premure e le sue sollecitudini al clero.

Il Modernismo, pur troppo, aveva scosso profondamente la disciplina e diminuito pure in molti sacerdoti il sentimento e la stima della vocazione e della dignità ecclesiastica.

II pensiero della necessità di un rinnovamento per la Chiesa nel senso di un adattamento della verità e della vita religiosa alle correnti del secolo, aveva fatto molta strada negli ultimi due decenni del Pontificato di Leone XIII e travolti molti spiriti.

A rileggere, oggi, le audacie, a cui arrivavano gli “attivisti” - ci si passi il termine - dell'eresia modernista, viene fatto di chiedersi che cosa sarebbe rimasto del Cattolicesimo se quelle idee avessero avuto il sopravvento.

Tutto doveva essere demolito: Dogma, disciplina, culto, pietà, vita ecclesiastica. Le norme fino allora seguite e raccomandate potevano essere buone per altri tempi!
Questa la triste condizione di cose al momento, in cui Pio X prendeva nelle sue mani il timone della Chiesa.

I popoli avevano necessità di verità: avevano bisogno di sacerdoti santi che potessero diffondere degnamente ed autorevolmente la verità, veramente capaci di formare Cristo nell'anima e nella vita del popolo.
Era, dunque, evidente che Pio X, nella sua riforma non poteva partire che dalla santità del sacerdozio.
Per questo, nella sua prima Enciclica al mondo cattolico raccomandava: “Cresciamo il sacerdozio nella santità della vita e nella purezza della dottrina e allora tutto il popolo si formerà in Cristo” 959, precisamente così, come quando nel lontano 5 Settembre 1894, esortando il clero della sua Venezia, nella sua prima Pastorale scriveva:

"E' ad uno ad uno per volta che bisogna rigenerare gli uomini, perché la società è come uno specchio che riflette lo spirito degli individui, delle famiglie, delle città; e se noi, ad uno ad uno per volta, rimetteremo Gesù Cristo nei cuori, tutta la società sarà a Cristo conquistata”.

Il sacerdozio è uno stato soprannaturale creato da Dio per una missione soprannaturale, nella quale la scienza ha una grande parte, ma non la preponderante.
Quello che da valore ed efficacia alla scienza del sacerdote - naturale predicatore della fede - è la virtù, è la santità. Di qui, la conversione dall'errore alla verità, dal vizio alla virtù è un'opera soprannaturale, della quale Iddio riserba a sé la gloria, pur consentendo che vi partecipi anche l'uomo fino a riconoscergliene una parte di merito. Ma l'opera è di Dio, il quale vuole che coloro che egli elegge a suoi collaboratori nella salvezza delle anime siano uomini ricchi del suo spirito e degni della sublimità degli uffici a loro assegnati.

Perciò la virtù, la perfezione, la santità devono essere il primo studio di un sacerdote ed ecco ancora perché Pio X, nella sua Lettera-Enciclica “Pieni l’animo” ai Vescovi d'Italia del 28 Luglio 1906 ammoniva che i Seminari “sono esclusivamente destinati a preparare i giovani non a carriere civili, ma all'alta missione Ai Ministri di Dio” 960. Ecco perché, scrivendo il 5 Maggio 1905 al Cardinale Patriarca di Lisbona aveva avvertito che i Seminari, dove si formano i sacerdoti, devono essere quali li volle il Concilio di Trento: “asili dì buoni studi e cenacoli di pietà” 960.

Perciò, la prudenza e l'attenzione voluta da Pio X sull'ammissione dei giovani nei Seminari; la vigilanza sullo sviluppo della loro vocazione; la severità delle indagini e degli scrutini prima della promozione agli Ordini Sacri, affinché nessun indegno potesse penetrare nel Santuario; la sorveglianza più rigorosa sui contatti con le persone, sulle letture, sulle corrispondenze; le vive raccomandazioni tante volte ripetute ai Vescovi di non promuovere con facilità i chierici agli Ordini Sacri; l'avviso di non lasciarsi illudere da belle doti di natura e di ingegno se non apparivano fondate sulla base di una solida pietà, la cui prima nota è la docilità all'autorità e l'obbedienza incondizionata alla Chiesa 961.

Egli sapeva che la vita di un sacerdote, se non, accompagnata dallo spirito della pietà, è come un fiore che non ha olezzo, come un frutto bello all'esterno, ma guasto al di dentro.
Di qui, le sue sollecitudini per crescere il clero nella pietà, nella carità, nel raccoglimento della preghiera; le sue insistenze per gli Esercizi Spirituali del clero, diretti a riparare le forze spirituali logorate dal lavoro, dalle distrazioni o dalla tiepidezza del cuore 962.

***
Ma il documento principe, espressione della sua anima sacerdotale, è la mirabile “Esortazione al Clero Cattolico” del 4 Agosto 1908, scritta tutta di suo pugno 963.
Il 18 Settembre 1908 si compivano 50 anni dal giorno della Ordinazione Sacerdotale del figlio del povero cursore di Riese.

Come non ricordare quella data? E il mondo cattolico si mosse ad onorarla - come già aveva fatto per Pio IX nel 1869 e per Leone XIII nel 1899 - con un fervore religioso che distinse le diverse manifestazioni da tutte le precedenti.

Era volontà del Pontefice che la commemorazione di una data tanto santa non si perdesse in inutili e vuote esteriorità.
Come sarebbe stata per lui motivo di raccoglimento e di ringraziamento, così doveva essere pure per quanti si sarebbero uniti a lui nel ringraziare e benedire il Signore per i 50 anni di sacerdozio concessi al suo Vicario e Padre Universale dei fedeli di Cristo.
E quale occasione più opportuna ancora per richiamare il clero alla considerazione dell'altezza e della santità del suo ministero ed al compimento fedele dei doveri ad esso inerenti.
Senza mancare di modestia, Pio X, Sommo Sacerdote, ben poteva mostrarsi quale era: il prete “secondo il cuore di Dio", e ripetere a tutti, ma particolarmente ai figli del Santuario la parola di Gesù, di cui aveva in se stesso rinnovata l'immagine:
 “Vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io, così facciate anche voi” 964.

A parte la prodigiosa attività che lo aveva sempre distinto in ogni campo, negli uffici più diversi, in mezzo alle tribolazioni ed alle prove, che cosa era stata tutta la vita di Pio X dal giorno della sua Ordinazione Sacerdotale, e - diciamo pure - dal giorno del suo primo ingresso nel Santuario, giovanetto di 15 anni, se non una ininterrotta, continua ed infaticabile ascensione verso le vette della perfezione e della santità?

In lui potevano affissarsi e da lui prendere norma e luce tutte le attività del sacerdote: ogni suo atto, ogni sua parola era un insegnamento ed un monito.

Chierico, Cappellano, Parroco, Canonico, Cancelliere di Curia, Direttore Spirituale di Seminario, Vescovo, Cardinale, Papa: una figura più compiuta del vero Servo di Dio, del Sacerdote posto quale mistico ponte di congiunzione tra la terra e il cielo, tra l'umanità e la Divinità.

***

Ma sopra quale regola questa “forma” era venuta prendendo quei contorni meravigliosi che tanto si imponevano alla ammirazione degli uomini? E quale regola il clero doveva seguire per salire alla stessa perfezione ed assicurarsi, con la salvezza delle anime, il merito del suo ministero?
Ecco quello che Pio X a ricordo del 50° del suo Sacerdozio, spiegava nella accennata Esortazione.
Lettera piana, ma eloquente, conforme allo stile del santo Pontefice; documento di altissima spiritualità, “preciso e completo programma di perfezione e santità sacerdotale” 965, perfezione e santità, che, mentre costituiscono la lode più ambita del sacerdote, sono, al tempo stesso, la ragione di tutto il bene nel mondo, perché non vi è persona, ne ufficio più sociale della persona e dell'ufficio del Ministro di Dio.

Il concetto, la stima della dignità non umana, ma divina, di cui è rivestito e delle sublimi funzioni, a cui è chiamato come sacrificatore e predicatore, ma sopra tutto, come medico delle anime, non deve mai cadere dalla mente del sacerdote, non per vana compiacenza, ma per incitamento a santità, a rendersi di giorno in giorno sempre più meritevole del grado, a cui è stato elevato, e assicurare fecondità al proprio lavoro. Perché la fecondità della fatica sacerdotale non è assicurata che dall'unione del sacerdote con Gesù Cristo, di cui è ministro e senza la cui grazia nulla potrà operare.
Se al sacerdote manca “la scienza di Cristo, che è la santità, gli manca tutto”.

Poiché - così ammoniva Pio X:
"La stessa abbondanza di speciale dottrina, la stessa destrezza e perizia di azione, sebbene possano addurre qualche vantaggio o alla Chiesa o ai privati, non di rado sono ragione ai medesimi di nocumento. Chi invece è adorno e ricco di santità, costui può - benché l'ultimo - molto intraprendere e perfezionare di meravigliosamente salutare in mezzo al popolo di Dio, come ne fanno fede moltissime testimonianze di ogni età e molto luminosamente di recente memoria, Giovanni Battista Vianney. Solamente la santità ci rende quali richiede la divina vocazione: uomini, cioè, crocifissi al mondo ed ai quali lo stesso mondo è crocifisso; uomini viventi una nuova vita” 966.


Ma questa vita, di cui il sacerdote deve vivere per potere dirsi di continuare il Cristo e compiere la missione di Cristo tra gli uomini, con quali mezzi si conserva e si svolge? Con la preghiera, con la meditazione, con la lezione sacra, con la vigilanza sopra sé stessi ed il continuo scrutinio dell'anima, con l'esercizio delle virtù, nelle quali maggiormente risplendette la vita di Cristo, modello eterno di quanti hanno da essere fatti salvi o sia: obbedienza, umiltà, mortificazione, penitenza, preghiera, virtù tutte proprie del cristiano, ma, sopra tutto, del sacerdote, particolarmente chiamato nella via della abnegazione di Cristo.

Il Modernismo - espressione di superbia intellettuale e, perciò, di decadenza morale - aveva riso e rideva - di tutte queste virtù, chiamate, per disprezzo, virtù passive, in contrapposto alle virtù attive solo degne di chi vuole essere del suo tempo e non cercare una perfezione morale in una imitazione di Cristo di epoche andate e spente.

Rispondendo alle false teorie dei Modernisti ed ammonendo i sacerdoti a guardarsi da quella che così bene fu chiamata l’“eresia dell'azione", aggiungeva:
"Ci sono alcuni, i quali credono che la lode del sacerdote debba essere collocata interamente in questo: che dedichi tutto se stesso all’altrui vantaggio; per la qual cosa, lasciato quasi da parte l'amore di quelle virtù, onde si perfeziona l'uomo stesso - cui perciò chiamano passive - affermano che tutta l'attività e lo studio devono contribuire a coltivare ed esercitare le virtù attive. E' meraviglioso, per verità, quanto contiene di falso ed esiziale questa dottrina. Di essa così sentenziò, conforme alla sua sapienza, il nostro Predecessore di cara memoria: “Che le cristiane virtù siano accomodate ai tempi lo vorrà soltanto colui, il quale non ricorda le parole dell'Apostolo: Quos praescivit et praedestìnavit conformes fieri imaginis Filii sui [967]. Maestro ed esemplare di ogni santità è Cristo, alla regola del quale è necessario si adattino quanti desiderano di entrare nel regno dei Beati. Cristo non si muta con il progredire dei secoli, ma è sempre il medesimo heri et hodie ipse et in saecula [968]. Pertanto, agli uomini di tutti i tempi si appartiene quel: Discite a me quia mitis sum et humlis corde [969], e sempre Cristo ci si addimostra factus oboediens usque ad mortem [970]. In ogni età vale la sentenza dell'Apostolo: “Qui sunt Christi carnem crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis” 971.

"I quali documenti, se per avventura riguardano i singoli fedeli, più da vicino si appartengono ai sacerdoti, i quali, più degli altri, devono giudicare detti a sé ciò che il nostro Antecessore con ardore apostolico aggiunse: “Le quali virtù Dio volesse che molti di più oggi coltivassero “come i santissimi personaggi dei passati tempi, i quali con l'umiltà dell'anima, con l'obbedienza e con la mortificazione furono potenti di opere e di parola e di massimo giovamento non pure alla religiosa, ma alla pubblica e civile società” 972. Ove non sarà fuori di luogo considerare che il prudentissimo Pontefice ad ottimo diritto fece menzione della mortificazione, con vocabolo evangelico, chiamiamo rinnegamento di se stessi, poiché è in questa massima che sta racchiusa la fortezza e si contiene la virtù e tutto il frutto del ministero sacerdotale, mentre, trascurata questa, nasce ciò che nei costumi del sacerdote può offendere gli occhi e gli animi dei fedeli. Perché, se alcuno agisca per turpe guadagno, se si intrichi nei negozi del mondo, se desideri i primi posti e disprezzi gli altri, se accontenti la carne ed il sangue, se cerchi di piacere agli uomini, se confidi nelle persuasive dell'umana sapienza, tutto questo di qui procede: dal trascurare il comandamento di Cristo e dal non accettare la condizione da lui imposta: “Si quis vult post me venire, abneget semetipsum” 973.

Un Principe di Santa Chiesa, dopo di avere bene meditato l'"Esortazione al Clero Cattolico” del nostro Beato, così esprimeva la propria ammirazione:
"Parole sante del santo Pio X ai sacerdoti nel 50.mo anniversario della sua Ordinazione Sacerdotale, degne di essere tenute in costante ricordo da tutti coloro che sono stati chiamati al servizio dell'altare.
"Sono le effusioni del cuore di un vero sacerdote formato come quello del suo Maestro Divino, come Sacerdote e Vescovo e come sotto il peso del Pontificato Supremo.

"Possano le parole ardenti del santo Pontefice, per undici anni Vicario di Cristo sulla terra, ristorare, rafforzare e rendere permanenti nei cuori di tutti i sacerdoti gli insegnamenti fondamentali contenuti in queste parole” 974.

AMDG et BVM