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martedì 2 giugno 2015

INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ALBANO

INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
CON I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ALBANO
Sala degli Svizzeri, Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Giovedì, 31 agosto 2006




Alcuni problemi di vita dei preti

P. Giuseppe Zane, Vicario ad omnia, di 83 anni:

«Il nostro Vescovo Le ha illustrato, seppure brevemente, la situazione della nostra Diocesi di Albano. Noi sacerdoti siamo pienamente inseriti in questa Chiesa, vivendone tutti i problemi e le complessità. 
Giovani e anziani, ci sentiamo tutti inadeguati, in primo luogo perché siamo in pochi rispetto ai tanti bisogni e abbiamo provenienze diverse, soffriamo, inoltre, la scarsità di vocazioni al sacerdozio. Per questi motivi a volte ci scoraggiamo, cercando di tamponare un po' di qua e un po' di là, spesso costretti a fare solo cose di pronto soccorso senza progetti precisi.      Vedendo le tante cose da fare, subiamo la tentazione di privilegiare il fare trascurando l'essere e questo inevitabilmente si riflette sulla vita spirituale, il colloquio con Dio, la preghiera e la carità (l'amore) verso i fratelli, specie i lontani. Santo Padre, cosa può dirci in merito? Io ho una certa età... ma questi giovani confratelli possono avere speranza?»

BENEDETTO XVI:

Cari fratelli, vorrei dirvi, innanzitutto, una parola di benvenuto e di ringraziamento. 

Grazie al Cardinale Sodano per la sua presenza, con la quale esprime il suo amore e la sua cura per questa Chiesa Suburbicaria. 
Grazie a Lei, Eccellenza, per le sue parole. Con poche espressioni, Lei mi ha presentato la situazione di questa Diocesi, che non conoscevo in questa misura. 

Sapevo che è la più grande delle Diocesi Suburbicarie, ma, non sapevo, che fosse cresciuta fino a cinquecentomila abitanti. Vedo così, una Diocesi ricca di sfide, di problemi, ma, certamente anche di gioie nella fede. E vedo, che tutte le questioni del nostro tempo sono presenti: l'emigrazione, il turismo, l'emarginazione, l'agnosticismo, ma anche una fede ferma.

Non ho la pretesa adesso di essere quasi come un «oracolo», che potrebbe rispondere in modo sufficiente a tutte le questioni. 

Le parole di san Gregorio Magno che Lei ha citato, Eccellenza - che ognuno conosca «infirmitatem suam» - valgono anche per il Papa. Anche il Papa, giorno per giorno, deve conoscere e riconoscere «infirmitatem suam», i suoi limiti. Deve riconoscere che solo nella collaborazione con tutti, nel dialogo, nella cooperazione comune, nella fede, come «cooperatores veritatis» - della Verità che è una Persona, Gesù - possiamo fare insieme il nostro servizio, ciascuno per la sua parte. In questo senso, le mie risposte non saranno esaustive ma frammentarie. Tuttavia, accettiamo proprio questo: che solo insieme possiamo comporre il «mosaico» di un lavoro pastorale che risponde alla grandezza delle sfide.

Lei, Cardinale Sodano, aveva detto che il nostro caro confratello, P. Zane, appare un po' pessimista. Ma, devo dire, che ognuno di noi ha momenti in cui può scoraggiarsi davanti alla grandezza di ciò che bisognerebbe fare e ai limiti di quanto invece può realmente fare. 

Questo, riguarda di nuovo anche il Papa. 

Che cosa devo fare in quest'ora della Chiesa, con tanti problemi, con tante gioie, con tante sfide che riguardano la Chiesa universale? Tante cose succedono giorno per giorno e non sono in grado di rispondere a tutto. Faccio la mia parte, faccio quanto posso fare. Cerco di trovare le priorità. E sono felice di essere coadiuvato da tanti buoni collaboratori. Posso dire già qui, in questo momento: vedo ogni giorno il grande lavoro che fa la Segreteria di Stato sotto la sua sapiente guida. E solo con questa rete di collaborazione, inserendomi con le mie piccole capacità in una totalità più grande, posso e oso andare avanti.

E così, naturalmente, ancora più un parroco che sta da solo, vede che tante cose ci sarebbero da fare in questa situazione da Lei, P. Zane, brevemente descritta. E può fare solo qualcosa, «tamponare» - come Lei ha detto -, fare una specie di «pronto soccorso», consapevole che si dovrebbe fare molto di più. Direi, allora, che la prima necessità di noi tutti è di riconoscere con umiltà i nostri limiti, riconoscere che dobbiamo lasciar fare la maggior parte delle cose al Signore. 

Oggi, abbiamo sentito nel Vangelo la parabola del servo fidato (Mt 24, 42-51). Questo servo - così ci dice il Signore - dà il cibo agli altri al tempo giusto. Non fa tutto insieme, ma è un servo saggio e prudente, che sa distribuire nei diversi momenti quanto deve fare in quella situazione. Lo fa con umiltà, ed è anche sicuro della fiducia del suo padrone. Così noi, dobbiamo fare il possibile per cercare di essere saggi e prudenti, e anche avere fiducia nella bontà del nostro «Padrone», del Signore, perché alla fine deve egli stesso guidare la sua Chiesa. 
Noi ci inseriamo con il piccolo dono nostro e facciamo quanto possiamo fare, soprattutto le cose sempre necessarie: i Sacramenti, l'annuncio della Parola, i segni della nostra carità e del nostro amore.

Quanto alla vita interiore, alla quale Lei ha accennato, direi che è essenziale per il nostro servizio di sacerdoti. 
Il tempo che ci riserviamo per la preghiera non è un tempo sottratto alla nostra responsabilità pastorale, ma è proprio «lavoro» pastorale, è pregare anche per gli altri. 

Nel «Comune dei Pastori» si legge come caratterizzante per il Pastore buono che «multum oravit pro fratribus». 
Questo è proprio del Pastore, che sia uomo di preghiera, che stia dinanzi al Signore pregando per gli altri, sostituendo anche gli altri, che forse non sanno pregare, non vogliono pregare, non trovano il tempo per pregare. 
Come si evidenzia così che questo dialogo con Dio è opera pastorale!

Direi, quindi, che la Chiesa ci dà, quasi ci impone - ma sempre come una Madre buona - di avere tempo libero per Dio, con le due pratiche che fanno parte dei nostri doveri: celebrare la Santa Messa e recitare il Breviario
Ma più che recitare, realizzarlo come ascolto della Parola che il Signore ci offre nella Liturgia delle Ore. Occorre interiorizzare questa Parola, essere attenti a che cosa il Signore mi dice con questa Parola, ascoltare poi il commento dei Padri della Chiesa o anche del Concilio, nella seconda Lettura dell'Ufficio delle Letture, e pregare con questa grande invocazione che sono i Salmi, con i quali siamo inseriti nella preghiera di tutti i tempi. Prega con noi - e noi preghiamo con esso - il popolo dell'antica Alleanza. Preghiamo con il Signore, che è il vero soggetto dei Salmi. Preghiamo con la Chiesa di tutti i tempi. 
Direi che questo tempo dedicato alla Liturgia delle Ore è tempo prezioso. La Chiesa ci dona questa libertà, questo spazio libero di vita con Dio, che è anche vita per gli altri.

E così mi sembra importante vedere che queste due realtà - la Santa Messa celebrata realmente in colloquio con Dio e la Liturgia delle Ore - sono zone di libertà, di vita interiore, che la Chiesa ci dona e che sono una ricchezza per noi. 
In esse, come ho detto, incontriamo non solo la Chiesa di tutti i tempi, ma il Signore stesso, che parla con noi e aspetta la nostra risposta. 
 Impariamo così a pregare inserendoci nella preghiera di tutti i tempi e incontriamo anche il popolo. 
Pensiamo ai Salmi, alle parole dei Profeti, alle parole del Signore e degli Apostoli, pensiamo ai commenti dei Padri. Oggi abbiamo avuto questo meraviglioso commento di san Colombano su Cristo fonte di «acqua viva» alla quale beviamo. 

Pregando incontriamo anche le sofferenze del popolo di Dio, oggi. Queste preghiere ci fanno pensare alla vita di ogni giorno e ci guidano all'incontro con la gente di oggi. Ci illuminano in questo incontro, perché in esso non portiamo soltanto la nostra propria, piccola intelligenza, il nostro amore di Dio, ma impariamo, attraverso questa Parola di Dio, anche a portare Dio a loro. Questo essi aspettano: che portiamo loro l'«acqua viva», della quale parla oggi san Colombano. La gente ha sete. E cerca di rispondere a questa sete con diversi divertimenti. Ma comprende bene che questi divertimenti non sono l'«acqua viva» della quale ha bisogno. Il Signore è la fonte dell'«acqua viva». Egli però dice, nel capitolo 7 di Giovanni, che chiunque crede diventa una «fonte», perché ha bevuto da Cristo. 
E questa «acqua viva» (v 38) diventa in noi acqua zampillante, fonte per gli altri. Così cerchiamo di berla nella preghiera, nella celebrazione della Santa Messa, nella lettura: cerchiamo di bere da questa fonte perché diventi fonte in noi. E possiamo meglio rispondere alla sete della gente di oggi avendo in noi l'«acqua viva», avendo la realtà divina, la realtà del Signore Gesù incarnatosi. Così possiamo rispondere meglio ai bisogni della nostra gente. 
Questo per quanto riguarda la prima domanda. Che cosa possiamo fare? Facciamo sempre il possibile per la gente - nelle altre domande avremo la possibilità di ritornare su questo punto - e viviamo con il Signore per poter rispondere alla vera sete della gente.

AVE MARIA!




giovedì 29 gennaio 2015

Il pastore

Il pastore che riposa
all’ombra dell’albero
mentre il gregge bruca l’erba
è tutto
fuorché la Chiesa.

domenica 20 luglio 2014

Il prete postconconciliare va in Paradiso.

Il prete postconconciliare va in Paradiso.




Se facciamo il verso al famoso film con G.M. Volonté (La classe operaia va in paradiso, 1971), è perché ce lo suggerisce la lettura di un articolo apparso sull'Osservatore romano proprio nel giorno di apertura dell'Anno sacerdotale, scritto tra l'altro da un consultore di congregazione vaticana, dove si presenta un modello alternativo, e inevitabilmente conflittuale, rispetto a quello che il Papa propone ai sacerdoti, il Santo Curato d'Ars. Riportiamo l'articolo in calce e invitiamo anche a leggere il gustosissimo commento in proposito di Fides et forma.

Come anche risalta dalla lettera papale di indizione dell'Anno Sacerdotale, e in particolare dagli stralci che ne abbiamo pubblicato ieri, del Curato d'Ars si mettono soprattutto in risalto (e si offre come esempio ai preti) la pietà eucaristica, lo zelo nella confessione, l'esaltazione della funzione liturgica e sacramentale del prete ("Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia"; e ancora: "Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!"; citazioni del Curato d'Ars riportate nella lettera del Papa). 

Tutte cose, diciamolo subito, che nel post-concilio sono rimaste in ombra rispetto ad una funzione del prete più "sociale": animatore della parrocchia, guida di gruppi, catalizzatore di iniziative benefiche e di volontariato, predicatore dell'amore di Dio per i fratelli. Non, beninteso, che una cosa escluda l'altra (anche il curato d'Ars seguiva La Providence, un'opera di beneficienza). Ma è sotto gli occhi di tutti che, se dei due elementi uno è rimasto in ombra, è giusto puntare i fari su quest'ultimo per riequilibrar le cose.

Ma evidentemente questo non a tutti va bene. Addirittura nell'Osservatore romano, appare un'apologia del prete post-conciliare. Anche lui è santo, dice don Cabra che ha scritto l'articolo, "santità che si potrebbe chiamare della difficile e costosa fedeltà creativa, dell'inserimento del profeta sul sacerdote". Creativa? Profetica? Certo: anziché passare 16 ore in confessionale, o offrire se stesso e le sue penitenze in luogo di quelle dei peccatori riconciliati, come faceva il santo preconciliare, il santo moderno "propone anche canti nuovi, applica le riforme, spiega il meglio possibile la Parola, ridimensiona devozioni popolari cercando di sintonizzarle sullo spirito della liturgia". E' vero che, continua con onestà l'articolista, "col passare del tempo vede che alcuni non capiscono e i giovani non s'interessano". Ma non importa: il santo prete postconciliare "fa un atto di fede nello Spirito Santo che "ha parlato per mezzo del Concilio", sapendo che il buon seme darà frutto a suo tempo, dove e come il Padrone della messe vorrà". Se le chiese si svuotano, benché ora dotate di riscaldamento e altoparlanti, bisogna andare avanti. Boia chi molla! Chi si ferma è perduto! Indietro non si torna! Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi! "Capisce che la Parola ha il potere di edificare lui personalmente e la sua comunità", una Parola "che ritorna dall'esilio" dei secoli bui preconciliari. Solo che ci vorrebbero superiori "più creativi", meno attaccati alle vecchie regolette. Impara, il nostro santo moderno, con l'andare degli anni, ad agire "senza farsi forte della verità che ha in mano, brandendola come un'arma, consapevole che la prima verità è la carità che non colpevolizza, ma invita a ritornare al Dio della pace". E fa sua la "scelta per i poveri", così "decide in cuor suo di non chiudere mai la porta ai poveri, di denunciare le situazioni di sfruttamento che lui vede, anche a costo di vedere ridotte le offerte".

E' santo questo prete? Molto probabilmente sì, perché la santità non ha come requisito necessario l'intelligenza (anche se...). Basta la buona intenzione, e quella non va messa in discussione nel nostro prete-modello. Ma se tutto lo sbattersi per i "canti nuovi"; se 'sto "annuncio della Parola" (che non s'è mai ben capito che cosa è, se non prediche interminabili che ti lasciano come ti trovano); se la brillante idea di "ridimensionare le devozioni popolari" per "sintonizzarle con lo spirito della liturgia"; se tutto questo, anziché condurre a "una fiorente primavera, segno della rinnovata giovinezza della Chiesa, scossa da una nuova Pentecoste" porta invece al "tardo autunno, foriero di venti freddi e inospitali"; se si deve amaramente constatare che "con grande sorpresa le chiese, invece di riempirsi, cominciarono a svuotarsi"; ebbene, non era tempo che il nostro santo prete facesse uso di quei doni dello Spirito Santo che si chiamano consiglio ed intelletto? Ed iniziasse a dubitare che la strada imboccata era forse sbagliata, era un vicolo cieco; anzi peggio: una china pericolosa (perché il baratro in agguato era celato) che stava conducendo alla perdita del gregge, sbocconcellato a vista d'occhio dai lupi?

E la "scelta per i poveri", che cosa era? Porsi davvero a servizio dei bisognosi, o piuttosto lasciare le "sacrestie" (e insieme a quelle i confessionali, le adorazioni eucaristiche, le trionfalistiche processioni, le superate devozioni popolari) per diventare un tribuno in politica, cosa che solo il beato ottimismo dei tempi di Paolo VI poteva definire "la forma più alta della carità"? Ma poi, era veramente post-conciliare questa opzione per i poveri? Per secoli ai poveri non era dato altro sollievo che la beneficienza e l'assistenza della Chiesa, dei suoi ordini religiosi, delle sue confraternite. Non era, quella, scelta per i poveri? O forse occorreva attendere l'era delle mutue, delle ONG e ONLUS laiche, del welfare State, per accorgersi che la missione principale della Chiesa è quella socio-assistenziale, proprio ora che, essendoci chi lo fa meglio e con maggiori mezzi, il compito, pur importantissimo, appare meno essenziale di prima, quando nessun altro lo svolgeva e quando c'eran più preti in giro?

Il prete post-conciliare - ci riferiamo al tipo tratteggiato dall'articolista, non a quei sacerdoti più intelligenti e duttili, che si barcamenano cercando di salvare il salvabile senza lasciarsi sopraffare dalle ideologie dello "Spiritodelvaticanosecondo" - andrà dunque in Paradiso.
Ma spesso ci andrà a dispetto, e non per merito, di quello che ha fatto.



di Piergiordano Cabra
Consultore della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica

Quando si parla di santità sacerdotale il pensiero va spontaneamente alle grandi figure del passato, preferibilmente dell'Ottocento, illustrato da eminenti personalità di preti che si sono imposti al loro tempo, suscitando ammirazione e stupore per il loro modo di porsi e d'incidere nella società. Difficilmente il pensiero va al prete degli anni del postconcilio, tanto scossi da terremoti culturali e sociali, oltre che caratterizzati da un processo di ridefinizione della figura del prete, non privo d'incertezze teologiche e operative. Eppure la seconda metà del secolo scorso può essere caratterizzata da una "nuvola di testimoni" che sono vissuti nella tensione tra vecchio e nuovo, tra lealtà alla Chiesa e amore delle necessità del proprio gregge, tra attese e realizzazioni, tra risultati promessi e delusioni pratiche. Vorremmo qui rendere onore a questi "santi anonimi" senza riconoscimenti e senza aureola, d'una santità che si potrebbe chiamare della difficile e costosa fedeltà creativa, dell'inserimento del profeta sul sacerdote. Quella che segue può essere la storia di uno dei tanti preti che in questi decenni hanno portato il peso del loro ministero, con una incrollabile fedeltà a Cristo e la speranza di non restarne delusi.

Il Vaticano II aveva aperto il cuore a grandi speranze. Si prevedeva una fiorente primavera, segno della rinnovata giovinezza della Chiesa, scossa da una nuova Pentecoste. Il clima di entusiasmo creato dal concilio era tale che si attendeva un balzo in avanti della Chiesa nel cuore degli uomini e nella società. Con grande sorpresa le chiese, invece di riempirsi, cominciarono a svuotarsi e alla fugace primavera sopraggiunse il tardo autunno, foriero di venti freddi e inospitali. E qui comincia il calvario del prete solo con la sua gente. Gente che guarda sempre meno a lui, attratta da altri interessi, sommersa in un mare d'informazioni che intaccano la sua parola. Cominciano i dibattiti sul Vaticano II, con la domanda spesso presente, anche se non sempre detta: di chi è la colpa? Di chi ne frena l'applicazione o di chi ha osato troppo? C'è chi si schiera da una parte e chi dall'altra. Il prete santo prima esita, valutando e soffrendo e poi fa le sue scelte, tenendo fermo il dettato evangelico del "non giudicare per non essere giudicati" e del primato della carità che gl'impedisce di demonizzare chi non la pensa come lui. E, soprattutto, fa un atto di fede nello Spirito Santo che "ha parlato per mezzo del Concilio", sapendo che il buon seme darà frutto a suo tempo, dove e come il Padrone della messe vorrà. È la santità del lavorare non tanto per ottenere risultati, ma per essere fedeli al proprio compito. Il gruppo di fedelissimi, che prima si riunivano con lui per ascoltare la sua parola e le direttive, ha preso coscienza della propria dignità di battezzati ed è incoraggiato a essere parte viva del popolo di Dio. Si formano i vari consigli pastorali ove i laici prendono la parola e partecipano, a volte con poca, altre con troppa convinzione. Dal parlare all'ascoltare il passo non è facile, anche perché talvolta c'è la contestazione, ci sono giudizi sommari sulla Chiesa, ci sono rivendicazioni d'autonomia insolite e da valutare. Il santo prete non abolisce o snobba il tutto, aspettando solo che la bufera passi per rialzare la testa, ma medita sulla Chiesa come comunione e decide di continuare ad ascoltare, ma anche a parlare, con pazienza e con coraggio, sapendo che la sua comunità si costruisce con il contributo di tutti, rendendosi conto che deve molto imparare, come pure che ha qualche cosa da insegnare. Comincia qui una particolare devozione allo Spirito Santo, Spirito del discernimento, devozione che caratterizza la spiritualità del santo prete. Con la fiducia nello Spirito, si dedica a costruire la sua comunità come fraternità. 

Nella costruzione della comunità la prima attenzione è data alla Parola di Dio, che "ritorna dall'esilio", e alla liturgia che diventaculmen et fons della sua azione pastorale. Grande è stato l'entusiasmo per l'introduzione delle lingue correnti nella liturgia e nella proclamazione della Parola. Ma dopo le prime incuriosite e attente assemblee, a poco a poco cala l'interesse. La Parola è intesa nella propria lingua, ma la comprensione non è così ovvia. Il santo prete sa che deve lavorare in profondità e si dedica ad acquisire competenza circa la liturgia e l'esegesi. Si mette ad approfondire e a formare il suo popolo. Propone anche canti nuovi, applica le riforme, spiega il meglio possibile la Parola, ridimensiona devozioni popolari cercando di sintonizzarle sullo spirito della liturgia. Ma col passare del tempo vede che alcuni non capiscono e i giovani non s'interessano. Le assemblee rinnovate con grande cura si assottigliano, anche se le chiese vengono riscaldate, l'impianto d'altoparlanti migliorato, l'edificio restaurato, talvolta anche con eccellente gusto [avverbio scelto bene: talvolta significa raramente. Poiché negli altri casi, ossia spesso, il gusto è pessimo, e i guasti architettonici scriteriati]. Il santo prete condivide il disagio con i suoi confratelli, ma li esorta a non cadere nel pessimismo. Continua la sua opera di formazione, a partire dalla Parola di Dio, meditata nella preghiera e annunciata. Capisce che la Parola ha il potere di edificare lui personalmente e la sua comunità e a essa dedica la parte più tranquilla del suo tempo, dove può "contemplare" i fatti di ogni giorno alla luce della Parola. È convinto che la celebrazione dell'Eucaristia è il cuore della sua vita e della sua comunità e, anche se deve correre in più luoghi moltiplicando le celebrazioni, vigila per non lasciarsi travolgere dalla routine.

C'è stato anche un periodo in cui la politica ha assunto un vestito messianico: "Tutto è politica", si diceva nelle cattedre e nelle piazze. "La politica è la forma più alta della carità", aveva affermato Paolo VI. Alcuni confratelli abbracciavano con entusiasmo la politica per risolvere tanti problemi, a partire da quello dei poveri. In questo trionfo della politica il nostro santo prete si sentiva piuttosto a disagio: la riforma delle strutture, pur necessaria, non pareva talvolta sostitutiva della riforma del cuore richiesta dal Signore? I partiti eccedevano nelle loro richieste di fare della Chiesa una base elettorale? E chi serviva meglio i poveri? E lui, povero prete, non rischiava d'essere coinvolto nelle tenzoni politiche, perdendo la credibilità e l'affetto di parte del suo gregge, oltre che la difficile mitezza evangelica? E come sottrarsi alla tentazione d'appoggiare un rispettabile candidato per riaverne dei vantaggi? Siccome ogni soluzione - anche quella di non interessarsi di politica - era considerata politica, il santo prete pensa che fosse meglio tenere un profilo basso, intervenendo il minimo richiesto, concentrandosi sul Vangelo e predicando sull'esigenze di conversione nei confronti dei poveri. 

E proprio nel momento in cui si parla molto della "scelta dei poveri" e vede alcuni che si servono dei poveri, decide in cuor suo di non chiudere mai la porta ai poveri, di denunciare le situazioni di sfruttamento che lui vede, anche a costo di vedere ridotte le offerte, e soprattutto, di fare una scelta di vita sobria, essenziale, senza concedersi di più di quello che la condizione medio-bassa della sua gente poteva permettersi. Con qualche eccezione: i libri, costosi ma necessari e qualche viaggio, distensivo e utile, specie nelle missioni, per rendersi conto del mondo che cambia e delle nuove prospettive per il Vangelo.

Tuttavia, mentre s'accorge che s'affermano nuovi modelli di comportamento e nuovi modi di pensare, per lo più in rottura col passato, ecco scoppiare delle bombe dirompenti quali l'introduzione del divorzio e la liberalizzazione dell'aborto. E proprio quando alcuni teologi apparivano propensi a chiudere il purgatorio, il santo prete constata che il purgatorio esiste, specie quando si siede in confessionale, dove deve mediare tra la dura norma e la fragilità del praticante, tra la fedeltà alla dottrina della Chiesa e una diversa sensibilità del penitente, tra la misericordia di Dio pronta a perdonare e chi esige invece la legittimazione dei propri comportamenti. Il santo prete si trova lacerato interiormente constatando il fossato che s'allarga tra la legge e la realtà, ma persevera invocando lo Spirito di discernimento per le situazioni inedite, prendendo coscienza che suo compito non è abbassare le esigenze dell'essere cristiano, ma di aiutare a trovare vie nuove per esserlo nel nostro tempo. E poi ci sono i momenti della solitudine, che pesa come un macigno, che logora interiormente. 
Momenti in cui si sente solo con se stesso, bisognoso di affetto e di stima, solo con il Signore che tace e gli altri che non comprendono, con il suo celibato apparentemente così poco stimato, ferito dalle debolezze di alcuni confratelli, prontamente sbandierate dai media, che gettano un corrosivo sospetto su tutto il clero. È il suo Getsemani, accanto a Gesù abbandonato. 

Si sentirà sollevato quando Papa Benedetto XVI rilancerà il purgatorio, nella consapevolezza d'averlo anticipato in parte nelle ore, a tratti belle, a tratti difficili, del confessionale. Ma anche nelle ore lunghe e oscure della sua solitudine, sulle quali aleggiava scoramento e depressione, ma dalle quali esce provato e purificato. La sua dedizione pastorale ha costruito una comunità di credenti, capaci di resistere all'erosione del secolarismo, che investe la maggioranza, che condiziona la mentalità generale.

Secolarismo per lui non è un neutro concetto sociologico, ma sono famiglie che si disgregano, libertà di costumi, desiderio d'apparire, ricerca del denaro facile, pratica irrilevanza della predicazione della Chiesa in molti settori [bella frase]. La valanga sembra inarrestabile. Gli sembra persino che il cristianesimo non sia in grado di reggere agli assalti sempre più insistenti sferrati da molte parti. A volte pensa d'essere di fronte al mistero del male che si manifesta con tutte le sue capacità di seduzione e di inganno. Quasi ne ha paura perché si sente talvolta disarmato di fronte al dispiegamento di forze al servizio di un piano oscuro. Ma poi, nel contatto orante con la Parola, trova che il suo Signore per primo ha lottato contro il potere delle tenebre, ha aperto gli occhi ai suoi discepoli invitandoli alla vigilanza, promettendo anche lo Spirito, che infonde il coraggio nella lotta e forza nelle tribolazioni. Il santo prete sente che deve perseverare nella preghiera, anche quando è arida e vuota, perché sa che qui riceve la forza dello Spirito assieme alla sua consolazione. Non si legge negli Atti degli Apostoli che i discepoli erano "pieni di gioia e di Spirito Santo" proprio in mezzo alle difficoltà? Così coltiva la sua perseveranza, riscoprendo pagine dell'antica ascetica, pensando ai molti che guardano alla sua fedeltà come punto di riferimento alla sempre più difficile loro fedeltà. Per questo non s'amareggia né amareggia con lamentose filippiche: sa che il mondo è saldamente nelle mani di Dio, che sta preparando qualche cosa di nuovo. A lui, suo umile servo, tocca annunciare la lieta novella che Dio non abbandona il suo popolo. Dette così le cose, appaiono facili, persino edificanti. Ma quante ne ha tentate il nostro santo prete, quante delusioni, quante tristi sorprese. Tuttavia, ha imparato a lamentarsi più col Signore che con i fedeli, ha acuito lo sguardo sul nuovo che sta germinando, guarda ad altri luoghi dove il Vangelo avanza, apre il suo cuore ai poveri del Terzo mondo, guarda con simpatia le iniziative riuscite, anche se non promosse da lui. Gioisce nel vedere il bene fatto dai movimenti, sebbene non si senta di aderirvi. Non dubita delle sue responsabilità di pastore e non deflette dall'annunciare la verità tutta intera, ma lo fa con carità e delicatezza verso le persone, senza farsi forte della verità che ha in mano, brandendola come un'arma, consapevole che la prima verità è la carità che non colpevolizza, ma invita a ritornare al Dio della pace. Si rende conto, con l'andare degli anni, che è più evangelico annunciare la bellezza e la grandezza dell'amore di Dio, che mortificare l'uomo fragile. Lo aiutano in questo i santi pastori che, innamorati dell'Amore, a questo Amore hanno saputo condurre persone sperdute nelle vie del mondo. Egli si sente piccolo e grande, servo e solo servo, ma del Signore del tutto a cui tutto fa ritorno. Piccolo e grande, annunciatore di un mondo che non muore. Piccolo e grande, come Maria, che è diventata per lui, col passare degli anni, "vita, dolcezza e speranza".

Rivedendo la sua vita, egli constata che il Signore gli ha cambiato l'ideale di santità, attraverso imprevisti mutamenti nelle scienze, nella cultura, nella società, mutamenti che hanno prodotto il cambio delle domande della gente e, di conseguenza, il suo posizionamento [mah: perché i mutamenti sociali e culturali dovrebbero incidere sull'ideale di santità?]. Non sa se vi ha risposto, ma sa di averle prese sul serio. Ha constatato che anche la gente gli ha insegnato molte cose, specie quelli che chiacchieravano di meno e volevano essere più discepoli che maestri. È contento di aver guardato ai superiori con rispetto e sovente anche con amore, tenendo sotto controllo la tentazione della contestazione o della piaggeria. Comprende le loro difficoltà, anche se in cuor suo li vorrebbe più creativi. Non gli dispiace di non avere fatto carriera. Sorride di fronte al carrierismo, una forma di compensazione tipica anche tra gli apostoli. È lieto d'aver coltivato l'amicizia con i suoi confratelli e l'allegria con gli amici. E li raccomanda allo Spirito che rinnova la faccia della terra, perché rinnovino il futuro. Guardando alla società, che procede per la sua strada, è ammirato per la sua straordinaria capacità di gestire la complessità, grazie alla crescita delle competenze e dell'organizzazione. Ma si rende conto che l'uomo diventa sempre più fragile: senza un fondamento e una meta riuscirà a evitare d'essere schiacciato dall'opera delle sue mani? Trepida per il futuro dei giovani. Ma ripete loro: "Non abbiate paura di Cristo". Vede con chiarezza e infinita gratitudine che "tutto è grazia", anche l'essere stato conservato nel santo servizio e prega per chi ha iniziato con lui e non ha continuato. S'accorge che ormai ogni sua riflessione e preghiera è triangolare: Dio, lui, la sua gente. Dio e la gente sono stati la sua vita. Un trio ormai indissolubile, anche oltre il tempo. Si attende solo che Dio lo accolga con la sua gente, per vivere sempre assieme.

martedì 11 febbraio 2014

BENEDETTO ha ragione: tutto davvero ricomincia da Cristo. Possiamo solo tornare alla sorgente».

martedì 4 dicembre 2012

BENEDETTO ha ragione: «Tutto deve ricominciare da Cristo»

Per una coincidenza che ritengo straordinaria, un mio amico sacerdote mi invia ieri sera l'estratto di un libro e mi parla della figura di Michel-Marie Zanotti-Sorkine, un Parroco marsigliese che, ora, ritrovo in un articolo di Marina Corradi su Avvenire del 29 novembre scorso, che pubblico di seguito, segnalato e commentato oggi da Magister: è da lì che ho ripreso anche  l'immagine del suo volto, che non conoscevo. Ringraziamo il Signore e verifichiamo come ancora una volta il Sacerdote non deve far altro che il sacerdote (docente-guida-santificatore: il «triplice munus») per conquistare anime al Signore e al Suo Regno.
Domani pubblicherò l'estratto in italiano del suo libro Au diable la tiédeur (Al diavolo la tiepidezza), che si divide in due parti. La prima è rivolta ai sacerdoti: 50 pagine di pensieri, consigli, sentenze semplici e forti per ridefinire il loro sacerdozio. La seconda è destinata ai fedeli per ricordare le basi della religione cattolica e far luce sui comportamenti e virtù che aiutano a vivere. Sta avendo grande successo. Uscito nell'ottobre scorso, ha già venduto più di 15.000 copie.


Quella tonaca nera svolazzante sulla rue Canabière, tra una folla più maghrebina che francese, ti fa voltare. Toh, un prete, e vestito come una volta, per le strade di Marsiglia. Un uomo bruno, sorridente, eppure con un che di riservato, di monacale. E che storia, alle spalle: cantava nei locali notturni di Parigi, solo otto anni fa è stato ordinato e da allora è parroco qui, a Saint-Vincent-de-Paul.

Ma la storia in realtà è anche più complicata: Michel-Marie Zanotti-Sorkine, 53 anni, discende da un nonno ebreo russo, immigrato in Francia, che prima della guerra fece battezzare le figlie. Una di queste figlie, scampate all’Olocausto, ha messo al mondo padre Michel-Marie, che per parte paterna è invece mezzo corso e mezzo italiano. (Che bizzarro incrocio, pensi: e guardi con stupore la sua faccia, cercando di capire com’è un uomo, con dietro un tale nodo di radici). Ma se una domenica entri nella sua chiesa gremita, e ascolti come parla di Cristo con semplici quotidiane parole; e se osservi la religiosa lentezza dell’elevazione dell'ostia, in un silenzio assoluto, ti domandi chi sia questo prete, e cosa in lui affascini, e faccia ritornare chi è lontano.

Infine ce l’hai davanti, nella sua canonica bianca, claustrale. Sembra più giovane dei suoi anni; non ha quelle rughe di amarezza che marchiano col tempo la faccia di un uomo. Una pace addosso, una letizia che stupisce. Ma lei chi è?, vorresti chiedergli immediatamente.

Davanti a un pasto frugale, cenni di una vita intera. Due splendidi genitori. La madre, battezzata ma solo formalmente cattolica, lascia che il figlio frequenti la Chiesa. La fede gli è contagiata «da un vecchio prete, un salesiano in talare nera, uomo di fede generosa e smisurata». Il desiderio, a otto anni, di essere sacerdote. A tredici perde la madre: «Il dolore mi ha devastato. E però non ho mai dubitato di Dio". L’adolescenza, la musica, e quella bella voce. I piano bar di Parigi potranno sembrare poco adatti a discernere una vocazione religiosa. Eppure, intanto che la scelta lentamente matura, i padri spirituali di Michel-Marie gli dicono di restare nelle notti parigine: perché anche lì c’è bisogno di un segno. La vocazione infine preme. Nel 1999, a 40 anni, si avvera il desiderio infantile: sacerdote, e in talare, come quel vecchio salesiano.

Perché la talare? «Per me – sorride – è una divisa da lavoro. Vuole essere un segno per chi mi incontra, e soprattutto per chi non crede. Così sono riconoscibile come sacerdote, sempre. Così per strada sfrutto ogni occasione per fare amicizia. Padre, mi chiede uno, dov’è la posta? Venga, l’accompagno, rispondo io, e intanto si parla, e scopro che i figli di quell’uomo non sono battezzati. Me li porti, dico alla fine; e spesso quei bambini, poi, li battezzo. Cerco in ogni modo di mostrare con la mia faccia un’umanità buona. L’altro giorno addirittura – ride – in un bar un vecchio mi ha chiesto su quali cavalli puntare. Io gli ho dato i cavalli. Ho chiesto scusa alla Madonna, fra me: ma sai, le ho detto, è per fare amicizia con quest’uomo. Come diceva un prete, che è stato mio maestro, a chi gli chiedeva come convertire i marxisti: 'Occorre diventare loro amici', rispondeva».

Poi, in chiesa, la messa è severa e bella. Il prete affabile della Canabière è un prete rigoroso. Perché cura tanto la liturgia? «Voglio che tutto sia splendente attorno all’eucarestia. Voglio che all’elevazione la gente capisca che Lui è qui, davvero. Non è teatro, non è pompa superflua: è abitare il Mistero. Anche il cuore ha bisogno di sentire».

Lui insiste molto sulla responsabilità del sacerdote, anzi in un suo libro – ha scritto numerosi libri, e scrive ancora, a volte, canzoni – afferma che un sacerdote che abbia la chiesa vuota si deve interrogare e dire: «È a noi che manca il fuoco». Spiega: «Il sacerdote è 'alter Christus', è chiamato a riflettere in sé Cristo. Questo non significa chiedere a noi stessi la perfezione; ma essere consci dei nostri peccati, della nostra miseria, per poter comprendere e perdonare chiunque si presenti in confessionale».

In confessionale, padre Michel-Marie va tutte le sere, con assoluta puntualità, alle cinque, sempre. (La gente, dice, deve sapere che il prete c’è, comunque). Poi resta in sacristia fino alle undici, per chiunque desideri andarci: «Voglio dare il segno di una disponibilità illimitata». A giudicare dal continuo pellegrinaggio di fedeli, a sera, si direbbe che funzioni. Come una domanda profonda che emerga da questa città, apparentemente lontana. Cosa vogliono? «La prima cosa è sentirsi dire: tu sei amato. La seconda: Dio ha un progetto su di te. Non bisogna farli sentire giudicati, ma accolti. Occorre far capire che l’unico che può cambiare la loro vita è Cristo. E Maria. Due sono le cose che secondo me permettono un ritorno alla fede: l’abbraccio mariano, e l’apologetica appassionata, che tocca il cuore».

«Chi mi cerca – continua – prima di tutto domanda un aiuto umano, e io cerco di dare tutto l’aiuto possibile. Non dimenticando che il mendicante ha bisogno di mangiare, ma ha anche un’anima. Alla donna offesa dico: mandami tuo marito, gli parlo io. Ma poi, quanti vengono a dire che sono tristi, che vivono male... Allora chiedo: da quanto lei non si confessa? Perché so che il peccato pesa, e la tristezza del peccato tormenta. Mi sono convinto che ciò che fa soffrire tanta gente è la mancanza dei sacramenti. Il sacramento è il divino alla portata dell’uomo: e senza questo nutrimento non possiamo vivere. Io vedo la grazia operare, e che le persone cambiano».

Giornate totalmente donate, per strada, o in confessionale, fino a notte. Dove prende le forze? Lui – quasi pudicamente, come si parla di un amore – dice di un profondo rapporto con Maria, di una confidenza assoluta con lei: «Maria è l’atto di fede totale, nell’abbandono sotto alla Croce. Maria è assoluta compassione. È pura bellezza offerta all’uomo». E ama il rosario, l’umiltà del rosario, il prete della Canabière: «Quando confesso, spesso dico il rosario, il che non mi impedisce di ascoltare; quando do la comunione, prego». Lo ascolti intimidita. Ma allora, tutti i preti dovrebbero avere una dedizione assoluta, quasi da santi? "Io non sono un santo, e non credo che tutti i preti debbano essere santi. Però possono essere uomini buoni. La gente sarà attratta dal loro volto buono».

Problemi, in strade a così forte presenza di musulmani immigrati? No, dice semplicemente: «Rispettano me e questa veste». In chiesa accoglie chiunque con gioia: «Anche le prostitute. Do loro la comunione. Che dovrei dire? Diventate oneste, prima di entrare qui? Cristo è venuto per i peccatori e io ho l’ansia, nel negare un sacramento, che lui un giorno me ne possa rendere conto. Ma noi sappiamo ancora la forza dei sacramenti? Ho il dubbio che abbiamo troppo burocratizzato l’ammissione al battesimo. Penso al battesimo di mia madre ebrea, che, quanto alla richiesta di mio nonno, fu un atto solo formale: eppure, anche da quel battesimo è venuto un sacerdote».

E la nuova evangelizzazione? «Vede – dice al congedo, nella sua canonica – più invecchio e più capisco ciò che ci dice Benedetto XVI: tutto davvero ricomincia da Cristo. Possiamo solo tornare alla sorgente».

Più tardi poi lo intravedi da lontano, per strada, con quella veste nera mossa dal passo veloce. «La porto – ti ha detto – perché mi riconosca uno che magari altrimenti non incontrerei mai. Quello sconosciuto, che mi è estremamente caro».
Marina Corradi

venerdì 21 giugno 2013

È un “cataclisma”, un “terremoto”... ma nessuno piange, si fa finta di niente.



NON PIANGE PIU' NESSUNO


Editoriale di Radicati nella fede, foglio di collegamento della chiesa di Vocogno e della cappella dell’Ospedale di Domodossola (dove si celebra la messa tradizionale)
anno VI - GIUGNO 2013 n. 6

- impaginazione e neretti sono nostri -



Se non ci sono più preti non piange quasi più nessuno. È questa la triste constatazione che ci tocca fare.

Assistiamo alla più grande crisi sacerdotale della storia della Chiesa, intere terre in Europa sono ormai senza sacerdote e tutto tace. Non sentirete nemmeno un vescovo gridare all'allarme, piangere con i suoi fedeli, domandare a tutti una grande preghiera per le vocazioni sacerdotali; intimare un digiuno e una grande supplica perché il Signore abbia pietà del suo popolo.

Sentirete, questo sì, vescovi e responsabili di curia descrivere i numeri di questo calo vertiginoso di presenza dei preti nella Chiesa, li sentirete elencare i dati pacatamente, troppo pacatamente, in modo distaccato, come se fosse una situazione da accettare così com'è, anzi la chance per una nuova Chiesa più di popolo.

Nella nostra terra italiana, terra di antica cristianità, assisteremo in questi prossimi anni alla scomparsa delle parrocchie, allo stravolgimento, impensabile fino a qualche anno fa, della struttura più semplice del Cattolicesimo, di quella trama di comunità parrocchiali dove la vita cristiana era naturale per tutti... ma l'assoluta maggioranza dei cattolici impegnati farà finta di niente, perché i pastori hanno già fatto così.


È un “cataclisma”, un “terremoto”... ma nessuno piange, si fa finta di niente.
Si fa finta di niente, perché bisogna che la favola della primavera del Concilio continui. Ci si sottrae a qualsiasi verifica storica, si nega l'evidenza di una crisi senza precedenti.

E si prepara un futuro che ci sembra poco cattolico.

Sì, perché si parla di “ristrutturare” l'assetto delle comunità cristiane, di fare spazio ai laici (come se in questi anni non ne avessero avuto a sufficienza), si inventa un nuovo genere di fedeli cristiani che diventeranno gli addetti delle parrocchie, che di fatto sostituiranno i preti. 
Fedeli laici “clericalizzati”, un nuovo genere di preti che terranno le chiese... e nell'attesa di una qualche messa predicheranno loro, come cristiani adulti, il Verbo di verità...

 ...ma nessuno piange, nessuno prega gridando a Dio.

Forse non gridano perché da anni qualcuno ha preparato questo terremoto nella Chiesa.

Hanno svilito il sacerdozio cattolico, trasformando i preti da uomini di Dio ad operatori sociali delle comunità. 
Hanno ridotto loro il breviario e la preghiera, gli hanno imposto un abito secolare per essere come tutti, gli hanno detto di aggiornarsi perché il mondo andava avanti... e gli hanno detto di non esagerare la propria importanza, ma di condividere il proprio compito con i fedeli, con tutti.

E come colpo di grazia gli hanno dato una messa che è diventata la prova generale del cataclisma nella Chiesa: non più preghiera profonda, non più adorazione di Dio presente, non più unione intima al sacrificio propiziatorio di Cristo in Croce, ma cena santa della comunità. Tutta incentrata sull'uomo e non su Dio, tutta un parlare estenuante per fare catechesi e comunità. Una messa che è tutto un andirivieni di laici sull'altare, prova generale di quell'andirivieni di signori e signore che saranno le nostre ex parrocchie senza prete.

E con la messa “mondana”, hanno inculcato la dottrina del sacerdozio universale dei fedeli... stravolgendone il significato. I battezzati sono un popolo sacerdotale in quanto devono offrire se stessi in sacrificio, in unione con Cristo crocifisso, offrire tutta la loro vita con Gesù. 
I fedeli devono santificarsi: questo è il sacerdozio universale dei battezzati. 
Ma i fedeli non partecipano al sacerdozio ordinato che è di altra natura, che conforma a Cristo sacerdote. 
E’ attraverso il sacramento dell’Ordine che Cristo si rende presente nella grazia dei sacramenti. Se non ci fossero più preti sarebbero finite sia la Chiesa che la grazia dei sacramenti.

Martin Lutero e il Protestantesimo fecero proprio così: distrussero il sacerdozio cattolico dicendo che tutti sono sacerdoti: sottolineando appunto il sacerdozio universale, il laicato. 

Nella pratica della ristrutturazione delle parrocchie forse si finirà così: diverso sarebbe stato affrontare questa crisi con nel cuore e nella mente un'alta stima del sacramento dell'ordine, sapendo che il prete è uno dei doni più grandi per la Chiesa e per il popolo tutto; ma così non è: si affronterà questa crisi dopo anni di protestantizzazione e di relativizzazione del compito dei preti. 

Si affronterà questa crisi dopo anni di confusione totale nella vita del clero; dopo anni di disabitudine alla messa quotidiana e alla dottrina cattolica: così i fedeli faranno senza il prete, anzi già fanno senza. E quando un prete arriverà, non sapranno più che farsene, abituati a credere che il Signore li salva senza di loro e i loro sacramenti.

A noi sembra ingiusto far finta di niente.

Per questo chiediamo ai nostri fedeli di pregare con forza perché il Signore torni a concedere, come un tempo, tanti sacerdoti alla sua Chiesa.

Cari fedeli, in questo mese di giugno, che è il mese delle sacre ordinazioni, abbiamo il coraggio di chiedere, anche con le lacrime, questa grazia al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria.

E teniamo come dono preziosissimo la Messa di sempre, la Messa della tradizione, che sola saprà dare nuovi preti alla Chiesa di Dio.

Andate...Predicate...Battezzate...

venerdì 15 febbraio 2013

IL BEATO FRANCESCO INSEGNA



IL BEATO FRANCESCO
INSEGNA Al FRATI A PREGARE.
OBBEDIENZA E PUREZZA DEI MEDESIMI

399 45. In quel tempo i frati gli chiesero con insistenza che insegnasse loro a pregare, perché, comportandosi con semplicità di spirito, non conoscevano ancora l'ufficio liturgico.

Ed egli rispose: «Quando pregate, dite: Padre nostro (Mt 6,9)! e: Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e Ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo ». E questo gli stessi discepoli del pio maestro si impegnavano ad osservare con ogni diligenza, perché si proponevano di eseguire perfettamente non solo i consigli fraterni e i comandi di lui, ma perfino i suoi segreti pensieri, se riuscivano in qualche modo a intuirli.

400 Infatti il beato padre insegnava loro che la vera obbedienza riguarda i pensieri non meno che le parole espresse. i desideri non meno che i comandi. E cioè: «Se un frate suddito, prima ancora di udire le parole del superiore, ne indovina l'intenzione, subito deve disporsi all'obbedienza e fare ciò che al minimo segno gli sembrerà la volontà di lui».

401 Fedeli alla esortazione di Francesco, essi, ogni volta che passavano vicino a una chiesa, oppure anche la scorgevano da lontano, si inchinavano in quella direzione e, proni col corpo e con lo spirito, adoravano l'Onnipotente, dicendo: «Ti adoriamo, o Cristo, qui e in tutte le chiese». E, cosa non meno ammirevole, altrettanto facevano dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce, per terra, sulle pareti, tra gli alberi, nelle siepi.

402 46. Erano così pieni di santa semplicità, di innocenza! di purezza di cuore da ignorare ogni doppiezza. Come unica era la loro fede, così regnava in essi l'unità degli animi, la concordia degli intenti e dei costumi, la stessa carità, la pratica delle virtù, la pietà degli atti, l'armonia dei pensieri.

403 Avevano scelto come confessore un sacerdote secolare che era tristamente noto per le sue enormi colpe e degno del disprezzo di tutti a motivo della sua depravata condotta; ma essi non vollero credere al male che si diceva di lui e continuarono a confessargli i propri peccati, prestandogli la debita riverenza. Anzi, avvenne un giorno che quel
sacerdote, o forse un altro, dicesse a uno di loro: «Bada, fratello, di non essere ipocrita»; quel frate si reputò davvero ipocrita e, per il profondo dolore che ne sentiva, non sapeva più darsi pace, giorno e notte. Agli altri che gli chiedevano il perché di tanto insolito lamento e mestizia, rispondeva: «Un sacerdote mi ha detto questo, e io ne sono così afflitto
da non poter pensare ad altro!». Lo esortavano, per consolarlo, a non prestar fede a quelle parole; ma egli replicava: «Che dite mai, fratelli? Può forse un sacerdote dire il falso? Se il sacerdote non può mentire, bisogna credere che quanto mi ha detto è vero». 
E perseverò a lungo in tale semplicità, finché Francesco stesso lo assicuro, spiegandogli le parole del sacerdote e scusandone con sapiente intuito l'intenzione. Non c'era turbamento, per grande che fosse, nell'animo dei confratelli che alla sua parola di fuoco non svanisse e tornasse il sereno!

Serafino d'amor di lassù,
Tu c'infiammi d'amore a Gesù!

domenica 24 giugno 2012

IL PRETE

Piccolo e grande 

Un prete deve essere contemporaneamente:
piccolo e grande, nobile di spirito,
come di sangue reale, semplice e naturale,
come di ceppo contadino,
un eroe nella conquista di sé,
un uomo che si è battuto con Dio,
una sorgente di santificazione,
un peccatore che Dio ha perdonato,
il sovrano dei suoi desideri,
un servitore per i timidi e per i deboli,
che non s’abbassa davanti ai potenti,
ma si curva davanti ai poveri,
discepolo del suo Signore, capo del suo gregge,
un mendicante dalla mani largamente aperte,
un portatore di innumerevoli doni,
un uomo sul campo di battaglia,
una madre per confortare i malati,
con la saggezza dell’età
e la fiducia d’un bambino,
teso verso l’alto, i piedi sulla terra,
fatto per la gioia, esperto del soffrire,
lontano da ogni invidia, lungimirante,
che parla con franchezza, un amico della pace,
un nemico dell’inerzia, fedele per sempre
Così differente da me!
(da un manoscritto medioevale trovato a Salisburgo) 


"TANTUM VALET 
CELEBRATIO MISSÆ,
QUANTUM VALET 
MORS CHRISTI IN CRUCE"
S. G. Crisostomo, Apud Discipul. Serm. 48.