giovedì 11 ottobre 2012

Ad Alessandroscene, dai fratelli di Ermione. Al mercato di Alessandroscene. La parabola degli operai della vigna. Il milite Aquila. Mt 20,1-16

Ecco due episodi che ci illuminano su molti aspetti della vita e dei viaggi e degli incontri di Gesù e degli Apostoli con giudei e non giudei nel territorio della Fenicia.  Si parla di molti soldati romani.

328. Ad Alessandroscene, dai fratelli di Ermione.
    
La strada è nuovamente raggiunta dopo un lungo giro per i campi e dopo aver superato il torrente su un 
ponticello di tavole cigolanti, capace proprio di servire solo al passaggio di persone: una passerella più che  un ponte.
E la marcia continua per la pianura, che si restringe sempre più per l’avanzarsi delle colline verso il litorale, 
tanto che dopo un altro torrente, con l’indispensabile ponte romano, la strada in pianura diviene strada nel 
monte, biforcandosi al ponte con una meno ripida che si dilunga verso nord-est per una valle, mentre questa, 
scelta da Gesù, secondo l’indicazione del cippo romano: “Alessandroscene - m.V°”, è una vera e propria 
scala nel monte roccioso ed erto che tuffa il muso aguzzo nel Mediterraneo, che sempre più si spiega alla 
vista man mano che si sale. Solo pedoni e somarelli percorrono quella via, quella gradinata, sarebbe meglio 
detto. Ma, forse perché raccorciante di molto, la strada è anche molto battuta e la gente osserva curiosa il 
gruppo galileo, così insolito, che la percorre.
«Questo deve essere il capo della Tempesta» dice Matteo indicando il promontorio che si spinge in mare.
«Sì, ecco lì sotto il paese dal quale ci parlò il pescatore» conferma Giacomo di Zebedeo. (Vedi Cap 318)
«Ma chi avrà fatto questa strada?».
«Chissà da quando c’è! Opera fenicia, forse…».
«Dalla vetta vedremo Alessandroscene oltre la quale è il capo Bianco. Vedrai molto mare, Giovanni mio!» 
dice Gesù ponendo un braccio intorno alle spalle dell’apostolo.
«Ne sarò contento. Ma fra poco è notte. Dove sosteremo?».
«Ad Alessandroscene. Vedi? La strada già scende. Giù è pianura fino alla città che si vede là, in basso».
«È la città della donna di Antigonio… Come potremmo fare ad accontentarla?» dice Andrea. (È Ermione vedi Cap 323) 
«Sai Maestro? Ella ci ha detto: “Andate in Alessandroscene. I fratelli miei hanno empori là e proseliti sono. 
Fate che sappiano del Maestro. Siamo figli di Dio anche noi…”, e piangeva perché è poco sopportata come 
nuora… di modo che mai i fratelli vanno a lei e lei non sa di loro…» spiega Giovanni.
«Cercheremo i fratelli della donna. Se ci accoglieranno come pellegrini avremo modo di accontentarla…».
«Ma come si fa a dire che l’abbiamo vista?».
«È dipendente di Lazzaro. Noi siamo amici di Lazzaro» dice Gesù.  
«È vero. Parlerai Tu…».
«Sì. Ma affrettate il passo per trovare la casa. Sapete dove è?»
«Sì, presso il Castro. Hanno molto contatto coi romani, ai quali vendono tante cose».
«Sta bene».
Fanno velocemente la strada tutta piana, bella, una vera strada consolare che certo si congiunge con quelle 
dell’interno, o meglio, che certo prosegue verso l’interno dopo aver lanciato la sua propaggine rocciosa, a 
gradinate, lungo la costa, a cavaliere del promontorio.
Alessandroscene è una città più miliare che civile. Deve avere una importanza strategica che io non conosco. 
Accucciata come è fra i due promontori, sembra una sentinella messa a guardia di quel pezzo di mare. Ora 
che l’occhio può guardare l’uno e l’altro capo, si vede che spesseggiano su essi le torri militari formanti 
catena con quelle del piano, delle città, dove, verso la marina, troneggia il Castro imponente.
Entrano nella città dopo aver superato un altro torrentello, sito proprio alle porte, e si dirigono verso la mole 
arcigna della fortezza guardandosi intorno curiosi ed essendo curiosamente osservati. I soldati sono molto 
numerosi e, sembra, anche in buoni rapporti con i cittadini, cosa che fa borbottare fra i denti gli apostoli: 
«Gente fenicia! Senza onore!».
Giungono ai magazzini dei fratelli di Ermione mentre gli ultimi avventori ne escono carichi delle più svariate 
merci, che vanno dai panni tessuti alle stoviglie e da queste a fieni e granaglie, oppure olio e cibarie. Odore 
di cuoi, di spezie, di pagliai, di lane grezze, empie l’ampio androne per il quale si accede nel cortile vasto 
come una piazza, sotto i portici del quale sono i diversi depositi.
Accorre un uomo barbuto e bruno. «Che volete? Cibarie?».
«Sì… e anche alloggio, se non ti sdegni alloggiare pellegrini. Veniamo da lontano e qui non fummo mai. 
Accoglici in nome del Signore».
L’uomo guarda attentamente Gesù, che parla per tutti. Lo scruta… Poi dice: «Veramente io non do alloggio. 
Ma Tu mi piaci. Sei galileo, non è vero? Meglio i galilei dei giudei. Troppa muffa in loro. Non ci perdonano 
di avere sangue non puro. Farebbero meglio ad avere loro l’anima pura. Vieni, entra qui, che ora vengo 
subito. Chiudo, che ormai è notte». 
Infatti la luce è ormai crepuscolare, e lo è ancor più nel cortile dominato dal Castro potente.
Entrano in una stanza e si siedono stanchi su dei sedili sparsi qua e là…
Torna l’uomo con altri due, uno più vecchio, l’altro più giovane, e addita gli ospiti, che si alzano salutando, 
dicendo: «Ecco. Che ve ne pare? Mi sembrano onesti…».
«Sì. Bene hai fatto» dice il più vecchio al fratello; e poi, rivolto agli ospiti, meglio, a Gesù che appare 
chiaramente essere il capo, chiede: «Come vi chiamate?».
«Gesù di Nazaret, Giacomo e Giuda pure di Nazaret, Giacomo e Giovanni di Betsaida e così Andrea, più 
Matteo di Cafarnao».
«Come mai qui siete? Perseguitati?».
«No. Evangelizzanti. Abbiamo percorso più di una volta la Palestina dalla Galilea alla Giudea, dall’uno 
all’altro mare. E fin nell’Oltre Giordano, all’Auranite, fummo. Ora siamo venuti qui… ad ammaestrare».
«Un rabbi qui? Ci è stupore, non è vero, Filippo e Elia?» chiede il più vecchio.
«Molto. Di che casta sei?».
«Di nessuna. Sono di Dio. Credono in Me i buoni del mondo. Sono povero, amo i poveri, ma non disprezzo i 
ricchi ai quali insegno l’amore alla misericordia e il distacco dalle ricchezze, così come insegno ai poveri ad 
amare la loro povertà fidando in Dio che non lascia perire nessuno. Fra gli amici ricchi e discepoli miei è 
Lazzaro di Betania…».
«Lazzaro? Abbiamo una sorella sposata ad un suo servo».
«Lo so. Per questo anche sono venuto. Per dirvi che ella vi saluta e vi ama».
«L’hai vista?».
«Non Io. Ma questi che sono con Me, mandati da Lazzaro ad Antimonio».
«Oh! dite! Che fa Ermione? È proprio felice?».
«Lo sposo e la suocera l’amano molto. Il suocero la rispetta…» dice Giuda Taddeo.
«Ma non le perdona il sangue materno. Dillo».
«Sta per perdonarglielo. Ci ha detto di lei grandi lodi. E ha quattro fanciulli molto belli e buoni. Ciò la fa 
felice. Ma vi ha sempre nel cuore e ha detto di venire a portarvi il Maestro divino».
«Ma… come… Sei il… quello che chiamano il Messia, Tu?».
«Lo sono».
«Sei veramente il… Ci hanno detto a Gerusalemme che sei, che ti chiamano il Verbo di Dio. È vero?».
«Sì».
«Ma lo sei per quelli di là o per tutti?».
«Per tutti. Potete credere che Io sono quello?».
«Credere non costa nulla, molto più quando si spera che la cosa creduta possa levare ciò che fa soffrire».
«È vero. Elia. Ma non dire così. È pensiero impuro molto, molto più del sangue misto. Rallegrati non nella 
speranza che cada ciò che ti fa soffrire come uomo del disprezzo altrui, ma rallegrati per la speranza di 
conquistare il Regno dei Cieli».
«Hai ragione. Sono un mezzo pagano, Signore…».
«Non te ne avvilire. Io amo anche te e anche per te sono venuto».
«Saranno stanchi, Elia. Tu li trattieni in discorsi. Andiamo alla cena e poi conduciamoli al riposo. Non ci 
sono donne qui… Nessuna d’Israele ci ha voluti e noi volevamo una di esse… Perdona perciò se la casa ti 
parrà fredda e spoglia».
«Il vostro buon cuore me la farà ornata e calda».
«Quanto ti trattieni?».
«Non più di un giorno. Voglio andare verso Tiro e Sidone e vorrei essere ad Aczib avanti il sabato».
«Non puoi, Signore! Lontana è Sidone!».
«Domani vorrei parlare qui».
«La nostra casa è come un porto. Senza uscire da essa avrai uditorio a tuo piacere, tanto più che domani è 
mercato grosso».
«Andiamo, allora, e il Signore vi compensi della vostra carità».
    
329. Al mercato di Alessandroscene. La parabola degli operai della vigna. Il milite Aquila. Mt 20,1-16
    
Il cortile dei tre fratelli è per metà in ombra, per metà luminoso di sole. Ed è pieno di gente che va e viene 
per i suoi acquisti, mentre fuori dal portone, sulla piazzetta, vocia il mercato di Alessandroscene in un 
confuso andare e venire di acquirenti e di compratori, di asini, di pecore, di agnelli, di pollame; perché si 
capisce che qui hanno meno storie, e anche i polli vengono portati al mercato senza temere contaminazioni di 
sorta. Ragli, belati, croccolio di galline e trionfali chicchirichì di galletti si mescolano alle voci degli uomini 
in un allegro coro, che ogni tanto prende note acute e drammatiche per qualche alterco.
Anche nel cortile dei fratelli è brusio e non manca qualche alterco, o per il prezzo, o perché un avventore ha 
preso ciò che un altro aveva in cuor suo prescelto. Non manca il lamento querulo dei mendicanti che dalla 
piazza, presso il portone, fanno la litania delle loro miserie con una gorga cantante e triste come un ululo di 
morente.
Soldati romani vanno e vengono da padroni per il fondaco e per la piazza. Suppongo in servizio d’ordine, 
perché li vedo armati, e mai soli, fra i fenici tutti armati.
Anche Gesù va e viene per il cortile, passeggiando coi sei apostoli come in attesa del momento buono per 
parlare. E poi esce un momento sulla piazza, passando presso ai mendicanti ai quali dà un obolo. La gente si 
distrae per qualche minuto a guardare il gruppo galileo e si domanda chi sono quegli uomini stranieri. E c’è 
chi informa, perché ha chiesto notizie ai tre fratelli, chi siano i loro ospiti.
Un brusio segue i passi di Gesù che va tranquillo, accarezzando i bambini che trova sulla sua strada. Nel 
brusio non mancano i sogghigni e gli epiteti poco lusinghieri per gli ebrei, come non manca il desiderio 
onesto di sentire questo «Profeta», questo «Rabbi», questo «Santo», questo «Messia» d’Israele, che con tali 
nomi se lo indicano, a seconda del loro grado di fede e della loro rettezza d’animo.
Sento due madri: «Ma è vero?».
«Me lo ha detto Daniele, proprio a me. Lui ha parlato a Gerusalemme con gente che ha veduto i miracoli del 
Santo».
«Sì, d’accordo! Ma sarà poi questo l’uomo?».
«Oh! Mi ha detto Daniele che non può essere che Lui per quello che dice».
«Allora… che dici? Mi farà grazia anche se sono soltanto proselite?».
«Io direi di sì… Prova. Forse non tornerà più qui da noi. Prova, prova! Male non ti farà certo!».
«Vado» dice la donnetta, lasciando in asso un venditore di stoviglie col quale contrattava delle scodelle, il 
quale venditore, che ha sentito il discorso delle due, deluso, irritato del buon affare andato in fumo, si 
scaraventa sulla donna superstite, coprendola di improperi quali: «Maledetta proselite. Sangue d’ebrea. 
Donna venduta», ecc. ecc.
Sento due uomini gravi e barbuti: «Mi piacerebbe sentirlo. Dicono che è un grande Rabbi».
«Un Profeta, devi dire. Più grande del Battista. Mi ha detto Elia certe cose! Certe cose! Lui le sa perché ha 
una sorella sposata ad un servo di un grande ricco d’Israele e per sapere di lei va a chiederne ai conservi. 
Questo ricco è molto amico del Rabbi…».
Un terzo, un fenicio forse, che essendo lì vicino ha sentito, insinua la sua faccia sottile, satirica, fra i due, e 
sghignazza: «Bella santità! Condita di ricchezze! Per quello che so, il santo dovrebbe vivere poveramente!».
«Taci Doro, lingua maledica. Non sei degno, tu, pagano, di giudicare queste cose».
«Ah! ne siete degni voi, tu in specie, Samuele! Faresti meglio a pagarmi quel debito».
«Toh! e non mi girare più attorno, vampiro dalla faccia di fauno!»…
Sento un vecchio semicieco, accompagnato da una fanciullina, che chiede: «Dove è, dove è il Messia?»; e la 
bimba: «Fate largo al vecchio Marco! Vogliate dire dove è il Messia al vecchio Marco!».
Le due voci - la senile fioca e tremante; la fanciulla, argentina e sicura - si spandono sulla piazza inutilmente, 
finché un altro uomo dice: «Volete andare dal Rabbi? È tornato verso la casa di Daniele. Eccolo là fermo, 
che parla coi mendicanti».
Sento due soldati romani: «Deve essere quello che perseguitano i giudei, buone pelli! Si vede solo a 
guardarlo che è migliore di loro».
«Per quello che dà loro noia!».
«Andiamo a dirlo all’alfiere. Questo è l’ordine».
«Molto stolto, o Caio! Roma si guarda dagli agnelli e sopporta, direi carezza, le tigri» (Scipione).
«Non mi pare, Scipione! Ponzio è facile ad ammazzare!» (Caio).
«Sì… ma non chiude la sua dimora alle striscianti iene che lo adulano» (Scipione).
«Politica, Scipione! Politica!» (Caio).
«Viltà, Caio, e stoltezza. Di questo dovrebbe farsi amico. Per avere un aiuto a tenere ubbidiente questa 
marmaglia asiatica. Non serve bene Roma, Ponzio, trascurando questo buono e adulando i malvagi» 
(Scipione).
«Non criticare il Proconsole. Noi siamo soldati e il superiore è sacro come un dio. Abbiamo giurato 
ubbidienza al divo Cesare e il Proconsole è una rappresentanza di lui» (Caio).
«Va bene ciò per quanto riguarda il dovere verso la Patria, sacra e immortale. Ma non per il giudizio 
interno». (Scipione).
«Ma ubbidienza viene da giudizio. Se il tuo giudizio si ribella ad un ordine e lo critica, non ubbidirai più 
totalmente. Roma si appoggia sulla nostra ubbidienza cieca per tutelare le sue conquiste» (Caio).
«Sembri un tribuno, e dici bene. Ma ti faccio osservare che se Roma è regina, noi schiavi non siamo. Ma 
sudditi. Roma non ha, non deve avere cittadini schiavi. È schiavitù imporre un silenzio alla ragione dei 
cittadini. Io dico che la mia ragione giudica che Ponzio fa male a non curare questo israelita, chiamalo 
Messia, Santo, Profeta, Rabbi, ciò che ti pare. E sento che lo posso dire perché con questo non viene meno la 
mia fede a Roma, né il mio amore. Ma anzi questo vorrei, perché sento che Egli, insegnando rispetto alle 
leggi e ai Consoli, come fa, coopera al benessere di Roma» (Scipione).
«Tu sei colto, Scipione… Farai strada. Già avanti sei! Io sono un povero soldato. Ma, intanto, vedi là? Vi è 
assembramento intorno all’Uomo. Andiamo dai capi militari a dirlo» (Caio)…
Infatti presso il portone dei tre fratelli vi è un mucchio di gente intorno a Gesù, che per la sua alta statura si 
vede bene. Poi tutto ad un tratto si leva un urlo e la gente si agita. Altri accorrono dal mercato, mentre alcuni 
del mucchio corrono verso la piazza e oltre. Domande… risposte…
«Che è accaduto?».
«Che c’è?».
«L’Uomo d’Israele ha guarito il vecchio Marco!».
«Il velo dei suoi occhi si è dileguato».
Gesù, intanto, è entrato nel cortile, seguito da un codazzo di gente. Arrancando, in coda, c’è uno dei 
mendicanti, uno sciancato che si trascina più con le mani che con le gambe. Ma se le gambe sono storte e 
senza forza, per cui senza i bastoni non verrebbe avanti, la voce è ben robusta! Sembra una sirena, lacerante 
l’aria solare del mattino: «Santo! Santo! Messia! Rabbi! Pietà di me!». Urla a perdifiato e senza tregua.
Si voltano due o tre persone: «Serba il fiato! Marco è ebreo, tu no», «Grazie per gli israeliti veri fa, non per i 
nati da un cane!».
«Era ebrea mia madre…».
«E Dio l’ha percossa dandole te, mostro, per il suo peccato. Via, figlio di una lupa! Torna al tuo posto, fango 
nel fango…».
L’uomo si addossa al muro, avvilito, spaurito dalla minaccia dei pugni tesi…
Gesù si ferma, si volge, guarda. Ordina: «Uomo, vieni qui!». 
L’uomo lo guarda, guarda coloro che lo minacciano… e non osa venire avanti.
Gesù fende la piccola folla e va da lui. Lo prende per mano, ossia, gli posa la mano sulla spalla e dice: «Non 
avere paura. Vieni avanti con Me», e guardando i crudeli dice severo: «Dio è di tutti gli uomini che lo 
cercano e che sono misericordiosi».
Quelli capiscono l’antifona e ora sono loro che restano in coda, anzi, che si arrestano dove sono.
Gesù torna a voltarsi. Li vede là, confusi, prossimi ad andarsene, e dice loro: «No, venite voi pure. Farà bene 
anche a voi, raddrizzando e fortificando la vostra anima così come Io raddrizzo e fortifico costui perché ha 
saputo aver fede. Uomo, Io te lo dico, sii guarito dalla tua infermità». E lascia di tenere la mano sulla spalla 
dello sciancato, dopo che questo ha avuto come una scossa.
L’uomo si raddrizza sicuro sulle sue gambe, getta le stampelle consumate dall’uso e grida: «Egli mi ha 
guarito! Sia lode al Dio di mia madre!», e poi si inginocchia a baciare gli orli della veste di Gesù.
Il tumulto di chi vuol vedere, o che ha visto e commenta, è al colmo. Nel fondo androne, che dalla piazza 
conduce al cortile, le voci risuonano con sonorità di pozzo e fanno eco contro le muraglie del Castro.
Le milizie devono temere che sia accaduta una rissa - deve essere facile in questi luoghi, con tanti contrasti 
di razze e di fedi - e accorre un drappello che si fa largo rudemente chiedendo che avviene.
«Un miracolo! un miracolo! Giona, lo storpio, è stato guarito. Eccolo là, vicino all’Uomo galileo».
I soldati si guardano tra loro. Non parlano finché la folla non è tutta passata e dietro ad essa se ne è 
accatastata altra di quella che era nei magazzini o sulla piazza, nella quale si vedono rimasti solo i venditori 
pieni di stizza per l’impensato diversivo che fa fallire il mercato di quel giorno. Poi, vedendo passare uno dei 
tre fratelli chiedono: «Filippo, sai cosa faccia ora il Rabbi?».
«Parla, ammaestra, e nel mio cortile!» dice Filippo tutto gongolante.
I soldati si consultano. Rimanere? Andare via?
«L’alfiere ci ha detto di sorvegliare…».
«Chi? L’Uomo? Ma per Lui potremmo andare a giocare ai dadi un’anfora di vino di Cipro» dice Scipione, il 
milite che prima difendeva Gesù presso il compagno.
«Io direi che è Lui che ha bisogno di essere protetto, non il diritto di Roma! Lo vedete lì? Fra i nostri dèi non 
c’è alcuno di così mite e pur di così virile aspetto. Non è degna la marmaglia di averlo. E gli indegni sempre 
cattivi sono. Rimaniamo a tutelarlo. All’occorrenza gli salveremo le spalle e le carezzeremo a questi 
galeotti» dice, mezzo sarcastico, mezzo ammirato, un altro.
«Bene dici, Pudente. Anzi, acciò Procoro, l’alfiere, che sempre sogna complotti contro Roma e… 
promozioni per sé, in grazia e merito del suo acuto vegliare alla salute del divo Cesare e della dea Roma, 
madre e signora del mondo, si persuada che qui non acquisterà bracciale o corona, vallo a chiamare, Azio».
Un giovane milite parte di corsa e di corsa torna dicendo: «Procoro non viene. Manda il triario Aquila…».
«Bene! Bene! Meglio lui dello stesso Cecilio Massimo. Aquila ha servito in Africa, in Gallia, e fu nelle 
foreste crudeli che ci tolsero Varo e le sue legioni. Conosce greci e britanni e ha fiuto buono a distinguere… 
Oh! Salve! Ecco qua il glorioso Aquila! Vieni, insegna a noi miserelli a comprendere il valore degli esseri!».
«Viva Aquila, maestro delle milizie!» gridano tutti, dando affettuose scrollate al vecchio soldato dal volto 
segnato da cicatrici, e come ha il volto così ha le braccia nude ed i polpacci nudi.
Egli sorride bonario ed esclama: «Viva Roma, maestra del mondo! Non io, povero soldato. Che c’è 
dunque?».
«Da sorvegliare quell’uomo alto e biondo come il rame più chiaro».
«Bene. Ma chi è?».
«Lo dicono il Messia. Si chiama Gesù, ed è di Nazaret. È quello, sai, per cui fu diramato l’ordine…».
«Uhm! Sarà… Ma mi sembra che corriamo dietro alle nuvole».
«Dicono che vuol farsi re e soppiantare Roma. Lo hanno denunciato il Sinedrio e i farisei, sadducei, erodiani, 
a Ponzio. Tu lo sai che hanno questo baco nella testa gli ebrei, e ogni tanto salta fuori un re…».
«Sì, sì… Ma se è per questo!… Ad ogni modo ascoltiamo ciò che dice. Mi pare si appresti a parlare».
«Ho saputo dal milite che sta col centurione che Publio Quintilliano gliene  ha parlato come di un filosofo 
divino… Le donne imperiali ne sono entusiaste…» dice un altro soldato, giovane.
«Lo credo! Ne sarei entusiasta anch’io se fossi una donna e lo vorrei nel mio letto…» dice ridendo di gusto 
un altro giovane milite.
«Taci, impudico! La lussuria ti mangia!» scherza un altro.
«E tu no, Fabio! Anna, Sira, Alba, Maria…»
«Silenzio, Sabino. Egli parla e voglio ascoltare» ordina il triario. E tutti tacciono.
Gesù è salito su una cassa messa contro una parete. È perciò ben visibile a tutti. Il suo dolce saluto si è già 
sparso nell’aria ed è stato seguito dalle parole: «Figli di un unico Creatore, udite»; poi prosegue nel silenzio 
attento della gente.
«Il Tempo della Grazia per tutti è venuto non solo ad Israele ma per tutto il mondo. Uomini ebrei, qui per 
ragioni diverse, proseliti, fenici, gentili, tutti, udite la Parola di Dio, comprendete la Giustizia, conoscete la 
Carità. Avendo Sapienza, Giustizia e Carità, avrete i mezzi di giungere al Regno di Dio, a quel Regno che 
non è esclusività dei figli d’Israele, ma è di tutti coloro che ameranno d’ora in poi il vero, unico Dio, e
crederanno nella parola del suo Verbo.
Udite. Io sono venuto da tanto lontano non con mire di usurpatore né con violenza da conquistatore. Sono 
venuto solamente per essere il Salvatore delle anime vostre. I domìni, le ricchezze, le cariche non mi 
seducono. Sono nulla per Me e non le guardo neppure. Ossia le guardo per commiserarle, perché mi fanno 
compassione, essendo tante catene per tenere prigioniero il vostro spirito impedendogli di venire al Signore 
eterno, unico, universale, santo e benedetto. Le guardo e le avvicino come le più grandi miserie. E cerco di 
guarirle del loro affascinante e crudele inganno che seduce i figli dell’uomo, perché essi possano usarle con 
giustizia e santità, non come armi crudeli che feriscono e uccidono l’uomo, e per primo sempre lo spirito di 
chi non santamente le usa.
Ma, in verità vi dico, mi è più facile guarire un corpo deforme che un’anima deforme; mi è più facile dare 
luce alle pupille spente, sanità ad un corpo morente, che non luce agli spiriti e salute alle anime malate. 
Perché ciò? Perché l’uomo ha perso di vista il vero fine della sua vita e si occupa di ciò che è transitorio. 
L’uomo non sa o non ricorda o, ricordando, non vuole ubbidire a questa santa ingiunzione del Signore e - 
dico anche per i gentili che mi ascoltano - del fare il bene, che è bene in Roma come in Atene, in Gallia come 
in Africa, perché la legge morale esiste sotto ogni cielo e in ogni religione, in ogni retto cuore. E le religioni, 
da quella di Dio a quella della morale singola, dicono che la parte migliore di noi sopravvive, e a seconda di 
come ha agito sulla terra avrà sorte dall’altra parte. Fine dunque dell’uomo è la conquista della pace 
nell’altra vita, non la gozzoviglia, l’usura, la prepotenza, il piacere, qui, per poco tempo, scontabili per una 
eternità con tormenti ben duri. Ebbene l’uomo non sa, o non ricorda, o non vuole ricordare questa verità. Se 
non lo sa, è meno colpevole. Se non la ricorda, è colpevole alquanto, perché la verità deve essere tenuta 
accesa come fiaccola santa nelle menti e nei cuori. Ma, se non la vuole ricordare, e quando essa gli 
fiammeggia egli chiude gli occhi per non vederla, avendola odiosa come la voce di un retore pedante, allora 
la sua colpa è grave, molto grave.
Eppure Dio la perdona, se l’anima ripudia il suo male agire e propone di perseguire, per il resto della vita, il 
fine vero dell’uomo, che è conquistarsi la pace eterna nel Regno del Dio vero. Avete fino ad ora seguito una 
mala strada? Avviliti, pensate che è tardi per prendere la via giusta? Desolati, dite: “Io non sapevo nulla di 
questo! Ed ora sono ignorante e non so fare”? No. Non pensate che sia come nelle cose materiali e che 
occorra molto tempo e molta fatica per rifare il già fatto ma con santità. La bontà dell’eterno, vero Signore 
Iddio, è tale che non vi fa certo ripercorrere a ritroso la via fatta, per rimettervi al bivio dove voi, errando, 
avete lasciato il giusto sentiero per l’ingiusto. È tanta che, dal momento che voi dite: “Io voglio essere della 
Verità”, ossia di Dio perché Dio è Verità, Dio, per un miracolo tutto spirituale, infonde in voi la Sapienza, 
per cui voi da ignoranti divenite possessori della scienza soprannaturale, ugualmente a quelli che da anni la 
possiedono.
Sapienza è volere Dio, amare Dio, coltivare lo spirito, tendere al Regno di Dio ripudiando tutto ciò che è 
carne, mondo e Satana. Sapienza è ubbidire alla legge di Dio che è legge di carità, di ubbidienza, di 
continenza, di onestà. Sapienza è amare Dio con tutti se stessi, amare il prossimo come noi stessi. Questi 
sono i due indispensabili elementi per essere sapienti della Sapienza di Dio. E nel prossimo sono non solo 
quelli del nostro sangue o della nostra razza e religione, ma tutti gli uomini, ricchi o poveri, sapienti o 
ignoranti, ebrei, proseliti, fenici, greci, romani…».
Gesù è interrotto da un minaccioso urlo di certi scalmanati. Li guarda e dice: «Sì. Questo è l’amore. Io non 
sono un maestro servile. Io dico la verità perché così devo fare per seminare in voi il necessario alla Vita 
eterna. Vi piaccia o non vi piaccia ve lo devo dire, per fare il mio dovere di Redentore. A voi fare il vostro di 
bisognosi di Redenzione. Amare il prossimo, dunque. Tutto il prossimo. Di un amore santo. Non di un losco 
concubinaggio di interessi, per cui è “anatema” il romano, il fenicio o il proselite, o viceversa, finché non c’è 
di mezzo il senso o il denaro, mentre, se brama di senso o utile di denaro sorgono in voi, “anatema” più non 
è…».
Altro rumoreggiare della folla, mentre i romani, dal loro posto nell’atrio, esclamano: «Per Giove! Parla bene, 
costui!».
Gesù lascia calmare il rumore e riprende: 
«Amare il prossimo come vorremmo essere amati. Perché a noi non fa piacere essere maltrattati, vessati, 
derubati, oppressi, calunniati, insolentiti. La stessa suscettibilità nazionale o singola hanno gli altri. Non 
facciamoci dunque a vicenda il male che non vorremmo che ci fosse fatto.
Sapienza è ubbidire ai dieci Comandi di Dio: 
“Io sono il Signore Iddio tuo. Non avere altro dio all’infuori di Me. Non avere idoli, non dare loro culto.
Non usare il Nome di Dio invano. È il Nome del Signore Iddio tuo, e Dio punirà chi lo usa senza ragione o 
per imprecazione o per convalida ad un peccato.
Ricordati di santificare le feste. Il sabato è sacro al Signore che in esso si riposò della Creazione e lo ha
benedetto e santificato.
Onora il padre e la madre affinché tu viva in pace lungamente sulla terra ed eternamente in Cielo.
Non ammazzare.
Non fare adulterio.
Non rubare.
Non dire il falso contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa, la moglie, il servo, la serva, il bue, l’asino, né altra cosa che appartenga al tuo 
prossimo”.
Questa è la Sapienza. Chi fa ciò è sapiente e conquista la Vita e il Regno senza fine. Da oggi, dunque, 
proponete di vivere secondo Sapienza, anteponendo questa alle povere cose della terra.
Che dite? Parlate. Dite che è tardi? No. Udite una parabola.
Un padrone, allo spuntare di un giorno, uscì per assoldare degli operai per la sua vigna e pattuì con loro un 
denaro al giorno.
Uscito all’ora di terza nuovamente e pensando che i lavoratori presi ad opra erano pochi, vedendo sulla 
piazza altri sfaccendati in attesa di chi li prendesse, li prese e disse: “Andate nella mia vigna e vi darò quello 
che ho promesso agli altri”. E quelli andarono.
Uscito a sesta e a nona ne vide altri ancora e disse loro: “Volete lavorare alle mie dipendenze? Io do un 
denaro al giorno ai miei lavoratori”. Quelli accettarono e andarono.
Uscito infine verso l’undecima ora, vide altri stare dimessi all’ultimo sole. “Che fate qui, così oziosi? Non vi 
fa vergogna stare senza fare nulla per tutto il giorno?” chiese loro. 
“Nessuno ci ha presi a giornata. Avremmo voluto lavorare e guadagnarci il cibo. Ma nessuno ci chiamò alla 
sua vigna”. 
“Ebbene, io vi chiamo alla mia vigna. Andate ed avrete la mercede degli altri”. Così disse, perché era un 
buon padrone ed aveva pietà dell’avvilimento del suo prossimo.
Venuta la sera e finiti i lavori, l’uomo chiamò il suo fattore e disse: “Chiama i lavoratori e paga la loro 
mercede, secondo che ho fissato, cominciando dagli ultimi, che sono i più bisognosi non avendo avuto nel 
giorno cibo che gli altri hanno una o più volte avuto e che, anche, sono quelli che per riconoscenza verso la 
mia pietà hanno più di tutti lavorato; io li osservavo, e licenziali, che vadano al riposo meritato, godendo con 
i famigliari i frutti del loro lavoro”. E il fattore fece come il padrone ordinava, dando ad ognuno un denaro.
Venuti per ultimi quelli che lavoravano dalla prima ora del giorno, rimasero stupiti di avere essi pure un solo 
denaro e fecero delle lagnanze fra di loro e col fattore, il quale disse: “Ho avuto quest’ordine. Andate a 
lagnarvi dal padrone e non da me”. E quelli andarono e dissero: “Ecco, tu non sei giusto! Noi abbiamo 
lavorato dodici ore, prima fra la guazza e poi al sole cocente e poi daccapo all’umido della sera, e tu ci hai 
dato come a quei poltroni che hanno lavorato una sola ora!… Perché ciò?”. E uno specialmente alzava la 
voce, dicendosi tradito e sfruttato indegnamente.
“Amico, e in che ti fo’ torto? Cosa ho pattuito con te all’alba? Una giornata di continuo lavoro e per mercede 
di un denaro. Non è vero?”.
“Sì, è vero. Ma tu lo stesso hai dato a quelli, per tanto lavoro di meno…”.
“Tu hai acconsentito a quella mercede parendoti buona?”.
“Sì. Ho acconsentito perché gli altri davano anche meno”.
“Fosti seviziato qui da me?”.
“No, in coscienza no”.
“Ti ho concesso riposo lungo il giorno e cibo, non è vero? Tre pasti ti ho dato. E cibo e riposo non erano 
pattuiti. Non è vero?”.
“Sì, non erano pattuiti”.
“Perché li hai accettati?”.
“Ma... Tu hai detto: ‘Preferisco così per non farvi stancare tornando alle case. E a noi non parve vero… Il tuo 
cibo era buono, era un risparmio, era…”.
“Era una grazia che vi davo gratuitamente e che nessuno poteva pretendere. Non è vero?”.
“È vero”.
“Dunque vi ho beneficati. Perché allora vi lamentate? Io dovrei lamentarvi di  voi che, comprendendo di 
avere a che fare con un padrone buono, lavoravate pigramente, mentre costoro, venuti dopo di voi, con 
beneficio di un solo pasto, e gli ultimi di nessun pasto, lavorarono con più lena, facendo in meno tempo lo 
stesso lavoro fato da voi in dodici ore. Traditi vi avrei se vi avessi dimezzata la mercede per pagare anche 
questi. Non così. Perciò piglia il tuo e vattene. Vorresti in casa mia venirmi ad imporre ciò che ti pare? Io 
faccio ciò che voglio e ciò che è giusto. Non volere essere maligno e tentarmi all’ingiustizia. Buono io sono”.
O voi tutti che mi ascoltate, in verità vi dico che il Padre Iddio a tutti gli uomini fa lo stesso patto e promette89
l’uguale mercede. Chi con solerzia si mette a servire il Signore sarà trattato da Lui con giustizia, anche se 
poco sarà il suo lavoro per prossima morte. In verità vi dico che non sempre i primi saranno i primi nel 
Regno dei Cieli, e che là vedremo degli ultimi essere primi e dei primi essere ultimi. Là vedremo uomini, 
non d’Israele, santi più di molti di Israele. Io sono venuto a chiamare tutti, in nome di Dio. Ma se molti sono 
i chiamati pochi sono gli eletti, perché pochi sono coloro che vogliono la Sapienza. Non è sapiente chi vive 
del mondo e della carne e non di Dio. Non è sapiente né per la terra, né per il Cielo. Perché sulla terra si crea 
nemici, punizioni, rimorsi. E per il Cielo perde lo stesso in eterno.
Ripeto: siate buoni col prossimo quale esso sia. Siate ubbidienti, rimettendo a Dio il compito di punire chi 
non è giusto nel comandare. Siate continenti nel sapere resistere al senso e onesti nel sapere resistere all’oro, 
e coerenti nel dire anatema a ciò che merita, non anatema quando vi pare, salvo poi stringere contatti con 
l’oggetto prima maledetto come idea. Non fate agli altri ciò che per voi non vorreste, e allora…».
«Ma va’ via, noioso profeta! Ci hai danneggiato il mercato!… Ci hai levato i clienti!…» urlano i venditori, 
irrompendo nel cortile… E quelli che avevano rumoreggiato nel cortile, ai primi insegnamenti di Gesù -  e 
non sono tutti fenici, ma anche ebrei, presenti per non so che motivo in questa città - si uniscono ai venditori 
per insultare e minacciare, e soprattutto per cacciare… Gesù non piace perché non consiglia al male… 
Egli incrocia le braccia e guarda. Mesto. Solenne.
La gente, divisa in due partiti, si azzuffa, in difesa e in offesa del Nazareno. Improperi, lodi, maledizioni, 
benedizioni, grida di: «Hanno ragione i farisei. Sei un venduto a Roma, un amante dei pubblicani e 
meretrici», o di: «Tacete, lingue blasfeme! Voi venduti a Roma, fenici d’inferno!», «Satana siete!», «Vi 
inghiotta l’inferno!», «Via, via!», «Via voi, ladri che venite a far mercato qui, usurai», e così via.
Intervengono i soldati dicendo: «Altro che sobillatore! È sobillato!». E colle aste cacciano fuori tutti dal 
cortile e chiudono il portone.
Restano i tre fratelli proseliti e i sei discepoli con Gesù.
«Ma come vi è venuto in mente di farlo parlare?» chiede il triario ai tre fratelli.
«Parlano in tanti!» risponde Elia.
«Sì. E non succede nulla perché insegnano ciò che piace all’uomo. Ma questo ciò non insegna. Ed è 
indigesto…». Il vecchio soldato guarda attento Gesù che è sceso dal suo posto e che sta zitto, come astratto.
Di fuori la folla continua ad azzuffarsi. Tanto che dalla caserma escono altre milizie e con esse lo stesso 
centurione. Bussano e si fanno aprire, mentre altri restano a respingere tanto chi grida: «Viva il Re 
d’Israele», come chi lo maledice.
Il centurione viene avanti, inquieto. Assale con la sua collera il vecchio Aquila: «Così tuteli Roma, tu? 
Lasciando acclamare un re straniero nella terra soggetta?».
Il vecchio saluta con rigidezza e risponde: «Egli insegnava rispetto e ubbidienza e parlava di un regno non di 
questa terra. Per quello lo odiano. Perché è buono e rispettoso. Non ho trovato motivo di imporre il silenzio a 
chi non offendeva la nostra legge».
Il centurione si calma e borbotta: «Allora è una nuova sedizione di queste fetide marmaglie… Bene. Date 
ordine all’uomo di andarsene subito. Non voglio noie, qui. Eseguite e scortate fuori città non appena sarà 
sgombra la via. Vada dove gli pare. Agli inferi, se vuole. Ma mi esca dalla giurisdizione. Compreso?».
«Sì. Faremo».
Il centurione volta le spalle con un gran splendere di corazza e ondeggiare di mantello porporino, e se ne va 
senza neppur guardare Gesù.
I tre fratelli dicono al Maestro: «Ci spiace…».
«Non ne avete colpa. E non temete. Non ve ne verrà male. Io ve lo dico…».
I tre mutano colore… Filippo dice: «Come sai questa nostra paura?».
Gesù sorride dolcemente, un raggio di sole sul viso mesto: «Io so ciò che è nei cuori e nel futuro».
I soldati si sono messi al sole, in attesa, e sbirciano, commentando…
«Possono mai amare noi, se odiano anche quello lì che non li opprime?».
«E che fa miracoli, devi dire…».
«Per Ercole! Chi era quello di noi che era venuto ad avvisare che c’era l’indiziato da sorvegliare?».
«Caio, fu!».
«Lo zelante! Intanto abbiamo perduto il rancio e prevedo che perderò il bacio di una fanciulla!… Ah!».
«Epicureo! Dove è la bella?».
«Non lo dirò certo a te, amico!».
«Sta dietro al cocciao, alle Fondamenta. Lo so. Ti ho visto sere sono…» dice un altro.
Il triario, come passeggiando, va verso Gesù e gli gira intono, lo guarda, lo guarda. Non sa che dire… Gesù 
gli sorride per incoraggiarlo. L’uomo non sa che fare… Ma si accosta di più. 
Gesù accenna alle cicatrici: «Tutte ferite? Sei un prode e un fedele, allora…».
Il vecchio milite si fa di porpora per l’elogio.
«Hai sofferto molto per amore della tua patria e del tuo imperatore… Non vorresti soffrire qualcosa per una 
più grande patria: il Cielo? Per un eterno imperatore: Dio?».
Il soldato scuote il capo e dice: «Sono un povero pagano. Ma non è detto che non arrivi anche io 
all’undecima ora. Ma chi mi istruisce? Tu vedi!... Ti cacciano. E queste sì che sono ferite che fanno male, 
non le mie!… Almeno io le ho rese ai nemici. Ma Tu, a chi ti ferisce che dài?».
«Perdono, soldato. Perdono e amore».
«Ho ragione io. Il sospetto su Te è stolto. Addio, Galileo».
«Addio, romano».
Gesù resta solo finché tornano i tre fratelli e i discepoli con delle cibarie. Che offrono, i fratelli, ai soldati, 
mentre i discepoli le offrono a Gesù. Mangiano svogliatamente, al sole, mentre i militi mangiano e bevono 
allegramente.
Poi un soldato esce a sbirciare sulla piazza silenziosa. «Possiamo andare» urla. «Sono tutti andati via. Non ci sono che le pattuglie».
Gesù si alza docilmente, benedice e conforta i tre fratelli, ai quali dà appuntamento per la Pasqua al Getsemani, ed esce, inquadrato fra i soldati coi suoi discepoli mortificati che gli vengono dietro. E percorrono le strade vuote, fino alla campagna.
«Salve, galileo» dice il triario.
«Addio, Aquila. Ti prego, non fate del male a Daniele, Elia, e Filippo. Io solo sono il colpevole. Dillo al centurione».
«Non dico nulla. A quest’ora non se lo ricorda neanche più, e i tre fratelli ci forniscono bene, specie di quel vino di Cipro che il centurione ama più della vita. Sta’ in pace. Addio».
Si separano. Tornano i soldati oltre le porte, Gesù e i suoi avviandosi per la campagna silenziosa, in direzione est.


“AVE MARIA VIRGO POTENS!”

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